La Veste nella celebrazione liturgica: Storia e significati

Per una conoscenza consapevole del mondo della Liturgia della Chiesa Cattolica..

L'Amico dell'Arte Cristiana n. 3-4 1997

Prima Parte

Parte seconda

In questa seconda parte ci limitiamo all'analisi dell'amitto, del camice e della casula.
L'AMITTO
L'amitto il primo capo della serie che costituisce il paramento per la celebrazione eucaristica. È forse originato dagli stessi motivi che giustificano il foulard che tuttora si indossa contro il freddo a protezione del collo, o a protezione del colletto del cappotto o della giacca quando questi sono particolarmente preziosi; tuttavia questo ampio rettangolo di stoffa bianca, che doveva essere di lino, conferisce un senso di completezza a tutto l'insieme del vestito. È evidente che la sua origine non ecclesiastica ne tantomeno liturgica. Ma nel contesto ha preso un suo carattere particolare e le vecchie rubriche del messale prescrivevano che lo si ponesse anzitutto sulla testa e poi lo si facesse scorrere sulle spalle incrociando il lato superiore, che era più lungo, sul petto. Modo di mettere l'aminto nel Medioevo.
Nel Basso Medioevo l'amitto veniva fatto scivolare sulle spalle soltanto una volta giunti all'altare, o comunque non prima di avere indossato la casula; così viene fatto tuttora dai monaci e dai frati.

Aminto in epoca medioevale

L'uso di portare l'amitto, sia pure per un breve tratto, come fosse un cappuccio, può farlo pensare anche come una trasformazione appunto del cappuccio di cui era dotata l'antica sopraveste civile. A conferma di questa ipotesi vi sono due argomenti. Il primo lo desumo dal fatto che spesso l'amitto portava sul bordo superiore un aurifregio che, una volta abbassato sulle spalle, si trasformava in una opportuna rifinitura al collo della pianeta, restando dietro la nuca quasi fosse un cappino. Il secondo argomento è proprio il termine di "cappino" dato nel rito ambrosiano a questo aurifregio ormai staccato dall'amitto, posto dietro al collo e appuntato davanti sulle spalle della veste superiore: pianeta, funicella o dalmatica. La preghiera, sostanzialmente la stessa del Medioevo, che le rubriche del messale antecedente alla riforma del Concilio Vaticano II, volevano che il sacerdote recitasse indossando l'amitto, sottolinea proprio il fatto che esso posto sul capo. Così infatti essa recita: "Poni o Signore sul mio capo l'elmo della salute, per espugnare le frodi del demonio".

Ho voluto soffermarmi un poco su questa interpretazione dell'amitto, per ora ritenuto non più necessario e in pratica quasi dovunque abolito, per chi usa una tunica di taglio moderno, perchè mi pare che esso sia in realtà riemerso proprio quale cappuccio, che più o meno stilizzato, per influenza monastica o no, risulta molto frequentemente, aggiunto alla tunica o alla casula.

Per la indicazione di simbolismi diversi da quello già visto dell'elmo, rimando alla opera citata di Braun.
IL CAMICE
Ha la sua origine nella tunica bianca lunga fino ai talloni, veste comune e propria di coloro che svolgono un ruolo particolare nelle celebrazioni liturgiche.
Originariamente era anch'essa veste civile ornata di due bande di colore porpora scendenti parallele dalle spalle sul davanti; solitamente veniva stretta alla vita da una cintura che serviva da fermo quando, per comodità, fosse stato necessario tirare in su la veste (veste subcincta). Divenendo veste esclusivamente liturgica, abbandonò le bande purpuree, o talvolta le sostituì con decorazioni ricamate sul bordo inferiore e alle estremità delle maniche.
Più tardi questo ricamo sar sostituito a sua volta dal pizzo.

Esempi di Cotta

Nel Medioevo il suo taglio subì notevoli modificazioni, pur conservandosi sempre veste talare.
Si presentava stretta alle maniche e attorno alla vita, mentre era molto abbondante nella parte inferiore. I primitivi camici, detti anche albae, erano di lana o di seta, talvolta anche di lino, che più tardi sarà il solo tessuto ammesso.
Questo era infatti un tessuto forte virile, pur nella nobiltà e finezza del colore bianco; non solo richiamava il concetto sottolineato dalla S. Scrittura, quello cioè della santità acquisita dal sacrificio, ma richiamava anche la purezza che proprio dal sacrifcio era scaturita. Questo concetto viene ben richiamato da Durando di Mende che così scrive nel suo Rationale: "Il camice è simbolo di purezza.
L'essere il camice fatto di lino ci dice che la purezza dell'anima frutto di sforzi sostenuti dalla grazia, di molta mortificazione e dell'esercizio fervente delle buone opere; poichè il lino acquista la sua splendida bianchezza solo dalla diligente lavorazione, in cui è sottomesso a molte battiture.

Perciò il camice serve anche di ammonimento al sacerdote affinchè mortifichi il suo corpo e lo riduca in servitù. L'orlatura del collo e dello sparato significa che il sacerdote si è impegnato a conservare la castità. L'ampiezza del camice immagine della libertà dei figli di Dio; la sua ricca ornamentazione significa che l'anima del sacerdote è regale sposa di Cristo; e perchè il camice si cinge con un cordone, ricorda al sacerdote di domare gli appetiti della carne, e lo scendere fino ai piedi, gli predica la perseveranza". Nel Rinascimento il taglio del camice mutò leggermente, portando 1' ampiezza di fondo su fino alle spalle, e pieghettandolo attorno al collo oppure sotto le spalle davanti e dietro.
S.Carlo, come anche stabilito dal Gavanto, previde che l'ampiezza della tela del camice fosse di sette metri! Con il Millesettecento, il pizzo invase sempre più il camice, sostituendo non solo le precedenti decorazioni e ricami, ma quasi la stessa stoffa, riducendola in taluni casi all'altezza di dieci centimetri, quanto bastava per attaccarvi l'altissimo pizzo che con la sua trasparenza lasciava intravvedere la veste rossa o paonazza dell'alto clero. Qui si perde l'aspetto originario della antica tunica.
Il camice è diventato così sempre più una sottoveste liturgica, indossata sopra la talare nera prima delle vesti caratterizzanti, quali la funicella per il suddiacono, la dalmatica per il diacono o la pianeta per il presbitero.

La Cotta

Accanto al camice è andata sviluppandosi la COTTA che dal camice si differenzia per la sua minor lunghezza e per la larghezza delle maniche. Questa, indossata sopra la talare nera, ha sostituito il camice per quelle occasioni in cui esso era usato come veste unica. Con la riforma liturgica conciliare la tunica bianca e liscia è ritornata ad essere nuovamente la tunica comune a tutti i ministri di qualunque grado (PNRM 298). Risulta assai pratica per chi, non vestendo la tunica nera può presentarsi in modo decoroso e uniforme al servizio liturgico. Fortunatamente anche il clero anziano sta provvedendo ad usare fuori della propria chiesa la tunica che si fatto confezionare su misura. Purtroppo anche questa veste che potrebbe essere esempio di semplicità e decoro presenta spesso delle forme molto complicate e di cattivo gusto.
La nuova tunica solitamente prevede una opportuna finitura attorno al collo mediante un ampio colletto oppure un finto o autentico cappino; un accorgimento che permette di eliminare l'amitto.

LA CASULA La tunica fatta su misura non richiede neppure l'uso del cingolo cioè di quel cordone o fettuccia che cinge ai fianchi il camice, per il quale pure era prevista una preghiera che ne sottolineava la simbologia: "Cingi o Signore, col cingolo della fede e colla virtù della castità i lombi del mio cuore e del mio corpo ed estingui in essi ogni incentivo di voluttà, perchè in essi perennemente rimanga il vigore della castità".

Sopra la tunica bianca che scendeva fino ai talloni tutti i ministri sacri potevano portare la CASULA o PIANETA, anch'essa solitamente di colore bianco. Essa deriva dalla poenula nobilis romana. Aveva un taglio elegante, ampio, a semicerchio. Per comodità sub col tempo qualche modifica: prima venne accorciata sulla parte anteriore e poi, divenendo sempre più pesante e rigida a causa dell'abbondante ricamo anche a filo d'oro, con cui fu arricchita, e soprattutto nell'epoca barocca, da pietre colorate, venne sempre più accorciata sui lati, liberando il movimento delle braccia, fino a farla assomigliare alla forma di chitarra, così da indicarla con lo stesso nome. Il risultato di questa graduale modifica fu fatto proprio dall'autorità acclesiastica, fino a disapprovare la proposta di ogni altra forma. I tentativi di ritomo al taglio originale, fatti nei primi decenni del nostro secolo, ebbero esito felice solo dopo il Concilio Vaticano II.
Oggi la casula è la veste propria del vescovo e del presbitero e a loro riservata.

Un esempio di Dalmata

La sua forma può essere circolare, dal diametro pari all'ampiezza delle braccia distese a croce di chi la deve indossare, oppure può essere ellittica e cioè meno ampia in larghezza; od anche rettangolare con gli angoli arrotondati, senza altra modanatura all'infori di un'apertura nella parte centrale necessaria per essere indossata, arricchita da un colletto o da un cappino.
Un'altra forma è quella a capanna, che avvolge come in un cono tutto il corpo del sacerdote.
Anche la decorazione della casula esige qualche riflessione.

Anzittutto va notato che la casula è veste e non spazio su cui decorare, o tanto peggio narrare qualcosa sia pure di importante. Sono lo stesso taglio della veste e la stoffa con cui confezionata a costituire anzitutto l'elemento di preziosit decorativa. Sono le pieghe a canna cascanti dalle spalle, o quelle drappeggiate sulle braccia e morbidamente modellate sulla parte anteriore e posteriore del corpo, che fanno vibrare la preziosit del tessuto, del colore e del disegno.
Nelle antiche casule era la cucitura stessa che univa sul davanti e sul retro le due parti di tessuto a fare da decorazione.

Successivamente una banda di stoffa stretta e di diverso colore fu posta sopra la cucitura. Scendeva quindi verticale sul davanti e sul retro; talvolta si divideva sul dorso verso l'alto e passando sopra le spalle si ricongiungeva sul petto, assumeva così un valore architettonico e sottolineava il volume della stoffa e delle pieghe.

La maggior parte della produzione corrente delle casule, al contrario, sembra confezionata appositamente in funzione di offrire un supporto ad un elemento decorativo. Questo viene posto nel punto maggiormente visibile della casula e consiste in un elemento fortemente simbolico o allegorico relativo alla Eucaristia, a Cristo o alla Vergine.

Casula di Pentecoste in seta rossa.

Si fa credere che ci conferisca alla veste il carattere "liturgico"; ma è ben altro il risultato: l'elemento ornamentale, infatti, così evidenziato non assolve armoniosamente il suo ruolo nel contesto liturgico, al contrario distrae l'attenzione dei fedeli dall'azione al simbolo rappresentato. Pari equivoco lo si ha in merito al valore artistico della stessa decorazione.
Un altro elemento capace di creare decoro è il "colore".
Dall'iniziale colore bianco della casula si passati all'uso di stoffe dai colori e disegni più vari, riportati poi, attorno al 1400, ai cinque colori canonici: bianco, rosso, verde, viola e nero, ai quali si aggiunge in due circostanze il rosaceo. In essi si voluto trovare una simbologia capace di sottolineare il carattere proprio del tempo liturgico e della singola celebrazione.
Se i colori sono belli in tutte le loro gamme, non lo sono sempre allo stesso modo quando sono applicati ad un tessuto o ad un vestito che si deve inserire in un contesto gi caratterizzato da altri elementi cromatici. Dunque la scelta della tonalità del colore per il tessuto della casula fa anch'essa parte della autentica preoccupazione artistico-liturgica.
Concludendo, vorrei di nuovo sottolineare che la veste indossata nelle celebrazioni liturgiche cristiane anzitutto in funzione rituale, quindi per astrarre dall'individualismo personale e inserire in modo unificante in un contesto umano teso verso un rapporto divino;

da qui l'esigenza che anche la bellezza di tutto il contesto liturgico in cui anche le vesti hanno buona parte, sia degna della realtà divina celebrata, e, della sua bellezza possa essere in qualche modo il riflesso.
V.G.

 

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