Notiziario anno 2011

Don Gianni De Micheli accompagna il Cardinale verso l'abbazia
Don Gianni De Micheli accompagna il Cardinale verso l'abbazia

Il 3 luglio 2011, il Cardinale Dionigi Tettamanzi consacra l'altare di S. Pietro al Monte in Civate
Condividiamo con gioia alcune riprese fotografiche a documentazione della festa che segna una tappa importante per la Scuola Beato Angelico... [...]
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ERNESTO BERGAGNA, a 20 dalla sua scomparsa.

Presso la Scuola Beato Angelico, su richiesta degli interessati, è possibile ammirare la collezione delle opere prodotte dall'artista pittore Ernesto Bergagna (Bressa, 1902- Milano, 1991), fratello laico della Comunità religiosa Beato Angelico a partire dal 1959. In occasione della mostra a lui dedicata a Udine nel 2005, Il colore dell'Invisibile, è stato realizzato un video presentato dal figlio Gianni Bergagna, che risulta uno strumento utile per comprendere il vissuto e la poetica di questo "artista del divino". A 20 anni dalla sua scomparsa rimane ancora una testimonianza luminosa «della faticosa quotidianità di una vita vissuta in una

dimensione dell'esistenza in cui l'avanzare delle ore scandisce ancora il trascorrere del tempo della chiesa, e non quello del tempo del mercante» (Mara Udina, locandina della mostra).

frà Claudio Granzotto, Trittico del ritratto di Cristo dal S.Sacrario della Veronica e della Santa Sindone

Oggi, 25 giugno. Ieri il Papa ha benedetto la grande statua di Maria Salus populi romani, di Monte Mario a Roma, collocata sulla torre dell'edificio di Don Orione. Statua che era stata abbattuta dal vento il 12 ottobre e, ora, restaurata e ricollocata sul suo basamento a m. 19 di altezza.

In questa circostanza Benedetto XVI, citando Don Orione, ha invitato i cristiani ad essere «impastati della carità soavissima di Nostro Signore, (...) di passare dalle opere della carità alla carità delle opere ». Sembra un gioco di parole, eppure la puntualizzazione della carità non solo come effetto ma, soprattutto, come movente e causa, pone una differenza qualitativa che scandaglia la natura delle intenzioni e le autentiche mozioni del cuore. Ho recuperato uno scritto apparso su Avvenire il 10 giugno, è uno stralcio tratto dal libro Il dono dell'amore, CARLO MARIA MARTINI, Ed. Paoline, di recente pubblicazione.
Il testo è una lectio, davvero suggestiva e densa di "sapori" (oltre che di "sapere") sul brano evangelico della donna di Betania che versa dell'unguento prezioso sul capo di Gesù (Mc. 14,3-9). Scrive Martini: « Il gesto di questa donna appartiene non tanto alle opere efficaci bensì alle opere belle che qualificano la persona (...) Ha la bellezza dei gesti umani che non sono semplicemente adempimenti di leggi, oppure risposte a esigenze di efficienza ma sgorgano dall'intimo della persona che li compie. (...) La donna - a differenza dei cattivi discepoli - ha veramente capito il significato della morte di Gesù, anzitutto in relazione a Lui come persona, non come simbolo o ideologia della salvezza dei poveri o di altre categorie. Ha capito Gesù nella sua identità storica, lo ha riconosciuto, adorato, amato, servito. Tale adesione alla persona di Gesù rende possibile la dedizione di tutta l'esistenza ai bisognosi ». Il Papa prima di congedarsi ha inoltre ripreso un'espressione che è divenuta programmatica per Don Orione: «La carità salverà il mondo » che io correggerei con l'accezione della carità delineata da Martini: «La carità della bellezza salverà il mondo »

Oggi, 13 giugno. Per i molti la Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù e la festa del Sacro Cuore di Maria saranno trascorsi nel marasma della ferialità e nei preparativi del fine settimana. Eppure le apparizioni di Gesù a S. Maria Alacoque (1647-1690) contengono delle indicazioni insieme tragiche e struggenti per chi le volesse considerare: "Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e dai quali non riceve che ingratitudine e disprezzo". Comprendere la portata di quel Cuore significa al contempo entrare nel misterium iniquitatis che ha contrapposto la creatura al Creatore. La nostra redenzione a motivo della morte di Gesù ha potuto trovare compimento nell'agnello sacrificale puro, innocente, senza macchia e difetto (si veda l'articolo di Joseph H. Weiler dal titolo "Processo a Gesù: errore necessario?" pubblicato su Avvenire, martedì 1 giugno). Ma quello che ha ricevuto Gesù è stata una duplice condanna, destinata ad un duplice patibolo: l'eliminazione fisica e l'annientamento morale dell'uomo Gesù. Egli doveva morire e doveva morire da infame. E' dello stesso martirio e sacrificio del Cuore che veniva associata la Madre celeste: - "E anche a te una spada trafiggerà l'anima", (aveva profetizzato su di lei il vecchio Simeone). La castità e l'integrità della "piena di grazia" viene sfregiata nello stesso supplizio, che è tanto grave il peso quanto assoluta l'innocenza. «L'offerta spirituale che purifica e sale gradita a Dio non è tanto l'opera delle nostre mani in se stessa, quanto il sacrificio spirituale che si immola nel tempio del cuore, ravvisato dalla presenza e dal compiacimento di Cristo Signore» (S. Lorenzo Giustiniani, Ufficio delle Letture, Breviario ambrosiano). Che poi l'affidamento e la devozione al Sacro Cuore abbia il potere di far scendere il cielo lo conferma la stessa Madonna, nell'apparizione del 1947 alle Tre Fontane a Bruno Cornacchiola: «Sono Colei che sono nella Trinità divina. Sono la Vergine della Rivelazione. Tu mi perseguiti: ora basta! Entra nell'ovile santo, corte celeste in terra. I nove Venerdì del Sacro Cuore che tu facesti prima di entrare nella via della menzogna ti hanno salvato.»

Oggi, 8 giugno. Reduce del VIII Convegno liturgico internazionale: LITURGIA E ARTE La sfida della contemporaneità, tenutosi a Bose, 3-5 giugno, ecco che la risacca del più annoso quesito torna a lambire la mente degli "addetti ai lavori": - Quali artisti per la Chiesa? Oppure: - Quale Chiesa per gli artisti? Personalmente riesco solo a concepire la missione dell'artista -cristiano- come una vocazione: interpellazione radicale che chiede un'adesione altrettanto radicale. Non trovo via alternativa. Ma già la condizione dell'attributo "cristiano", come requisito qualificante, è ritenuto dai più, poco, o affatto rilevante. «... Passare dall'arte in sè all'arte in casa sua ("ecclesiale")!» è stato l'appello più alto e accorato che è risuonato nelle parole di F. Cassingena-Trévedy:. «- Passare dal subappalto all'invito.- Essere cristiani significa essere e dare dei segni. - Il sacrum signum è poi l'assemblea. - L'azione liturgica ha bisogno di interpreti, cioè di artisti e non di attori e registi.» Questi, solo alcuni degli spunti colti nella relazione su La sacramentalità dell'arte nella liturgia, che speriamo di poter pubblicare integralmente sulla nostra Rivista Arte Cristiana. Completerei con un'ulteriore mia riflessione. Il ministero dell'arte comporta "passione", "compromissione" e inevitabile "sofferenza"; per questo è assimilabile allo stesso ministero di Cristo sacerdote: "è stato reso perfetto dalle cose che ha patito" (si veda a questo proposito la bellissima omelia del S. Padre nella celebrazione del Corpus Domini, pubblicata su L'OSSERVATORE ROMANO, 4-5 giugno, pag. 6) E' nella pienezza dello Spirito, nel colmo dell'Amore di Dio che Gesù trasforma l'estrema violenza e ingiustizia in atto supremo di amore ed è in questa offerta di sè che fa al Padre che trasforma la sostanza del pane e del vino nel Corpo e Sangue che divinizzano l'uomo, rendendolo capace di accogliere l'eterno. Di questo stesso sacerdozio è investito l'artista cristiano, operare una vera trasformazione della materia, conferendole il segno della sacralità, trasfigurando lo spazio temporale in una dimensione che è propria dello Spirito. E lo Spirito è l'amore in cui immergersi per attingere "lumi" e "numi". "Non ti ho amato per scherzo!" avrebbe detto il Crocifisso apparendo alla beata Angela da Foligno. Solo attraversando questo mistero di gloria, di morte e risurrezione, solo all'interno di questa folgorazione può avvenire il miracolo della con-versione: dalla dissipazione, frammentazione impotente del caos nell'arte, all'unione vivificatrice nello Spirito.

Oggi, 2 giugno. Rispondo volentieri alla richiesta di "firmare" questi stralci di riflessione, anzi, faccio di più: pubblico un recapito mail qualora il lettore meno distratto, attraversando il nostro sito, intendesse apportare un contributo fatto di scambio e approfondimento, qui sarà ben accolto. E' iniziata la novena del Sacro Cuore (e immagino l'arricciata di naso dei liturgisti) una devozione tanto cara alle comunità cristiane di un tempo e oggi, nel villaggio globale, divenuta pratica obsoleta e snobbata dagli stessi preti. Eppure nella fervida liturgia di questo tempo dove si assiepano tante solennità: la Pentecoste, la Ss. Trinità, il Corpus Domini ..., questa ulteriore festa del Sacro Cuore è la medesima Luce, che si irradia dal medesimo mistero d'Amore, la quale ci permette di contemplare tra le molteplici angolature quella "fornace ardente" che si sprigiona dalla Santissima Trinità. Sono ancora i Santi che, al culmine della loro vita mistica, ci dicono di "cosa" si alimenta questo fuoco purificatore e datore di Vita: "Amiamo il Signore. (...) Ricordiamoci poi che il legno della croce serve mirabilmente ad accendere ed alimentare il sacro fuoco della divina Carità" (dagli scritti della beata M. ANNA SALA, Ufficio delle letture 24 novembre, breviario ambrosiano). E' dunque su questo legno incombusto che è la Croce che torneremo ad adorare il Corpo del Signore, offerto come "fragrante cibo" al genere umano.

Oggi, 28 maggio. Ho letto e riletto il farraginoso articolo apparso venerdì 21 nella rubrica Agorà del quotidiano cattolico Avvenire, firmato Piero Coda, dal titolo "Cacciari, Dio e il mistero del tre". Speculazioni e argomentazioni già note, penso alla lezione magistrale di GIUSEPPE LORIZIO, pubblicata nel bel libro Una profezia per la Chiesa - Antonio Rosmini verso il Vaticano II -, Ed. Feeria, 2009. Cruciale nella esposizione del prof. Lorizio è il passaggio che si trova in Tematiche teologiche, precisamente in "Ontologia trinitaria e metafisica della carità", da pag. 66 a pag. 81. La liturgia a distanza di una settimana dalla Domenica di Pentecoste ci introduce nel cuore del "Mistero dei misteri" e ci invita a - semplicemente - contemplare, cioè fede e visione, il travaso incessante di Amore del Padre nel Figlio per opera dello Spirito santo ... "E' il darsi dell'Abbà nel Logos fatto carne e pane che è offerto dallo Spirito e nello Spirito come dono a chi lo riceve in quanto questi a sua volta lo possa comunicare", (autore già citato P. Coda). Ma è l'esperienza dei mistici che desta sconcerto, l'affacciarsi dell'anima nuda e inerme, priva degli stessi strumenti di ricognizione -prima- e di descrizione -dopo-, che li porta a pronunciare l'"indicibile": - Tu, Abisso insondabile, Tu, Fuoco consumante, dà all'anima forza di scendere là ove Tu la chiami e di riposare la sua immensa stanchezza nella tua indivisibile unità. (...) O Amore che ti doni e ti celi, o Fuoco che inebri e distruggi, o dolcezza così soave da confinare col dolore che lacera l'intimo dell'anima, o Vita che doni una Morte incessante, vieni ..., (ITALA MELA, in "Amare l'Amore" di G. A. Bernardelli). Per concludere la loro vita, ormai alla soglia della morte verso il congiungimento dell'Amore assoluto, con l'affermare l'"assurdo": - Devo proprio partire. O Nulla sconosciuto, o Nulla sconosciuto", (Beata Angela da Foligno). Per dirla con Mauriac: - Qui non resta che una pietra calcinata, e la voce adorabile che squilla in un deserto dove ogni vegetazione è stata bruciata dal fuoco. - Ma ..: - Chi può intendere questo?

Oggi, 24 maggio. Ho ripescato per l'odierna riflessione un libro che, di tanto in tanto, torno a rivisitare: Pensare la storia, di VITTORIO MESSORI, Ed. Sugarco 2006. Un libro che nella Prefazione il Card. Giacomo Biffi non aveva esitato a definire "strumento indispensabile dell'odierna pastorale. E sono gli interventi dal n.146 al n.150 che hanno come argomento il Calcio che ho riletto e che hanno confermato la sintonia sui contenuti e sulle argute provocazioni. Pensavo (lo si può intuire) al clamore e al concorso di folle festanti dei tifosi interisti riversate in questi giorni su Milano. Ebbene: questo "surrogato della guerra", dove ogni partita è una "battaglia", chi tira in porta è un "cannoniere", le due squadre sono su due "fronti" con "attaccanti" e "difensori", in questa "guerra mimata" servita alle due opposte "fazioni" dove più si insulteranno gli avversari e si minacceranno sulle gradinate, e meno saranno tentate di spaccarsi la testa a vicenda nella vita vera", fuori dallo stadio .. Ebbene, dicevo: - nessuno spiegava loro che, nella stessa notte, non sulla piazza, ma dentro il duomo, dentro le chiese e nelle cappelle, i cristiani invocavano la Rivoluzione vera: la discesa dello Spirito santo, unico dono necessario.? .. Nessuno diceva loro che, proprio in quelle ore di quella sera, se tutti, non i pochi "superstiti", avessero gridato ad una sola voce, non solo Inter! (che tra l'altro significa "essere di"), ma: inter Spiritus Sancto!, cioè: - dentro, -con lo Spirito Santo -; tutto, in loro e fuori di loro, sarebbe cambiato..? Nessuno spiegava loro che quei botti isterici, le nubi tossiche di fumo, lo strombazzare dei clàcson e incitare l'Inter, se ci ha inorgogliti come italiani, di fatto è servito solo a frodare i fans delle loro, presumibili, esigue risorse economiche e soddisfare invece l'ingordigia inaudita di quelli che sono gli "eroi della pedata"?. Oltre, naturalmente, la macchina demoniaca dello "spettacolo della diretta", la quale dopo aver profanato la Domenica (giorno sacro a Dio), dopo averla esautorata a "velina del tempo a perdere", dello "sballo" diversivo dei bisogni eversivi, è diventata propinatrice di "vuoto", di "non senso", di alienazione pandemica. Nessuno ha detto loro che, proprio quella sera "a porte chiuse, mentre si trovavano in preghiera con Maria, la madre di Gesù, lo Spirito santo in un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, apparve ai discepoli in lingue come di fuoco e si divideva posandosi su ciascuno di loro"? (Atti 2,1-4). Urge un cambiamento di rotta. Urge una scelta: Inter-nemo (con nessuno) o inter Spirito santo!

Oggi, 22 maggio. Se la tua anima/ è un deserto di pietra,/ se alle tue albe/ non cantano passeri,/ se la tua estate è muta/ dei sistri delle cicale,/ se il serpe della disperazione/ torce il suo anello spira a spira/ e ti soffoca,/ se al buio della notte segue/ il buio del giorno,/ se invochi e ti risponde/ soltanto una savana di silenzio,/ se la morte è specchio/ al tuo pensiero;/ allora ascolta, rabdomante di te,/ il canto segreto della sorgiva./ E guarda in alto la Croce./ Dalla petraia sbocciano/ gigli di sangue./ La speranza è di fuoco. ("Speranza", di ALDO G.B.ROSSI, pubblicata su Il Gallo, maggio 2010, N.702). Siamo nella Vigilia della Solennità di Pentecoste, il poeta ci propone un cammino verso l'interiorità, nelle regioni intime e profonde del nostro essere, poichè è solo il raccoglimento, l'abbraccio di noi stessi, che dispone lo spirito all'ascolto e allo sguardo: Ascolta, rabdomante di te,/ il canto della sorgiva./ E guarda il alto la Croce. Mi pare che questi siano i due atteggiamenti essenziali per invocare e ricevere lo Spirito santo in noi. Solo Lui può operare il miracolo, "dalla petraia" del nostro cuore, dalla sterilità della nostra vita far "sbocciare gigli di sangue". L'immagine è innegabilmente "scandalosa", è la conciliazione di due opposti: il candore immacolato del giglio e lo squarcio, il versamento fino all'ultima stilla, della Vita per eccellenza, quella stessa di Dio operata sulla Croce. Poichè, afferma: - la speranza è di fuoco. Come, a questo punto, non accostare la testimonianza della mistica S. Caterina da Siena?.. Laddove scrive: La mia natura è il fuoco. Il fuoco che ci purifica è intriso di sangue. Fu il fuoco dell'amore la mano che colpì l'Agnello di Dio facendogli versare il sangue; sangue e fuoco si sono uniti così strettamente da non poter andare da allora in poi separati. Questa è una profonda verità su cui non amiamo soffermarci: il martirio dell'Amore a cui conduce il fuoco ri-generatore dello Spirito in noi.

Oggi, 19 maggio. In un noto apoftégma, al discepolo che chiede di raggiungere la vetta dell'unione mistica con Dio, il maestro avrebbe risposto: - "Ora -se vuoi- diventa fuoco!". E, giustamente, dice: -"se vuoi"-, poichè il fuoco non si dà come "bene disponibile", non è prerogativa di un'ascesi dei sensi e dell'intelletto; è, piuttosto, un desiderio, una tensione, è "passione". Siamo nella settimana che precede la Pentecoste, il 50° giorno dopo la Pasqua. Come il settimo giorno, volgendo all'ottavo, sboccia nella Risurrezione, così il quadrato di sette fiorisce nella Pentecoste, con il dono dello Spirito santo. Attraversando, per così dire, il piccolo, ma denso, trattato di ascetica "Massime di perfezione cristiana", di ANTONIO ROSMINI (a cura di Alfeo Valle, Ed. Città Nuova, 1989) mi stupisco di trovare un solo accenno alla Madre di Dio, come uno solo è il riferimento "esplicito" allo Spirito santo. E' da notare tuttavia che, quando questo avviene, avviene in maniera consecutiva e "concomitante", come se Maria "calamitasse", lo Spirito santo. Nella V massima: RICONOSCERE INTIMAMENTE IL PROPRIO NULLA, leggiamo: "Deve il cristiano meditare e imitare di continuo la profondissima umiltà di Maria Vergine: la quale noi vediamo descritta nelle divine Scritture sempre in una quiete, in una pace, in un riposo continuo (...), dalla quale non viene cavata se non dalla voce stessa di Dio, o dai sensi di carità verso la sua cognata Elisabetta". Di seguito, nella VI massima: DISPORRE TUTTE LE OCCUPAZIONI DELLA PROPRIA VITA CON UNO SPIRITO D'INTELLIGENZA l'autore, cogente nelle sue asserzioni, scrive: "Il cristiano non deve giammai camminare nelle tenebre, ma sempre nella luce. Deve a tal fine chiedere mediante continue preghiere dallo Spirito Santo il dono dell'intelletto, col quale egli possa penetrare e capire le sublimi verità della fede". Ma è nelle INVOCAZIONI, riportate in appendice, insieme agli AFFETTI SPIRITUALI, che troviamo il "fuoco", stilato in scarne parole: - Maria, quello che è bene a Dio e al tuo figliuolo, questo vi domando; perchè questo è anche il mio bene (5 dicembre 1846); - O mio Dio, o Verbo incarnato, il vostro Spirito sia la causa di tutte le mie attività, di tutti i miei atti: nulla in me venga da me, tutto da voi (22 dicembre 1846).

Oggi, 16 maggio. Il raduno dei cristiani, dei diversi movimenti e delle associazioni laicali, in Piazza S. Pietro, a sostegno e vicinanza del Santo Padre, era un atto doveroso, ma .... Mi si conceda un "ma", con dei puntini di sospensione. Fermare la contestazione compulsiva dei cortei e delle manifestazioni di piazza, come quelle esordite nelle due settimane trascorse, contro la Chiesa e i suoi massimi rappresentanti, fomentate e divulgate dai mezzi massmediatici, ripeto: era atto doveroso.

Ma, mi chiedo, se è questo di cui oggi abbiamo bisogno? Mostrare il braccio forte, la voce "grossa", in sostanza - il potere - capace di muovere folle, unite in una sola voce all'acclamazione di: - "Benedetto!"? Di questa dimostrazione aveva bisogno la Chiesa?
Il re Davide, in 2 Sam. 16,5-14, avrebbe detto: "Se questi maledicono è perchè l'ha ordinato il Signore e nessuno può chiederne conto". Sì, perchè rimane il peccato, rimane il ripudio e lo sfregio fatto alla Chiesa, da parte di coloro che avrebbero dovuto servirla, nutrirla e adornarla con gli splendori della carità. Rimane una croce "infranta" da restaurare. Penso per un attimo alla croce che ho portato con me rientrando da una breve sosta a Roma. Una di quelle croci in gesso, dozzinali, recuperata da un contenitore di rifiuti, nel parco antistante la Basilica delle Tre Fontane. Era ancora sigillata nella sua confezione, con l'immaginetta dei Santi Gervasio e Protasio, aggraffata sul retro. "Certo, - avevo pensato - i Santi non disdegnano l'immondizia, ma sono più preziosi come nostri potenti intercessori"; la croce riportava in abbozzo un'Ultima Cena, con i simboli ben in vista del calice, l'uva e il frumento. Alcune testine, erano frantumate, ma il segno potente della Croce era integro. E la preghiera sul retro dell'immaginetta dei Santi, è lì a ricordare a noi cristiani l'essenziale da meditare, da vivere, da additare: "Per i tuoi martiri, che lavarono le vesti nel sangue dell'Agnello, donaci di vincere le seduzioni della carne e del mondo. E' in questo bagno di purificazione che ciascuno di noi si deve immergere.

Oggi, 13 maggio. Trovo appassionante continuare a riflettere, in questo mese e, nella data di quest'oggi, tanto cara alla Madonna, sul mistero d'amore che si è compiuto nell'umile fanciulla ebrea, Maria di Nazareth. Riporto qui un bello spunto preso da L'Ave Maria, di ALESSANDRO PRONZATO, Ed. Gribaudi 1987. Scrive a pag.153: "Quando Gesù promette di dare la propria carne come cibo, dobbiamo renderci conto che, quando riceviamo l'Eucaristia, Cristo ci offre qualcosa che ha ricevuto anche dalla Madre". Vero! Ma di questo quanta consapevolezza abbiamo? Si avverte, sopratutto nei preti di "ultima generazione", il cui primato nella formazione (filosofica e teologica) è da riferirsi allo studio del Biblos, una riluttanza nei confronti di una devozione riferita alla Vergine. Questo disagio deve essere scalfito.

questo da un punto di vista "insolito" ma che è il più originale: partendo dal cuore stesso della SS Trinità, come scrive JIRI' MARIA VESELY',Opera Predicatori: "Il Padre è il primo e principale "iconografo"; il Figlio, Logos-Verbum, è il principale "iconologo", cioè l'interprete, rivelatore; lo Spirito santo è "iconosofo", sophia significa sapienza, la conoscenza con sapore, che rende felice. Il cristianesimo dunque comporta: l'iconografia-il battesimo; l'iconologia-la rivelazione evangelica; l'iconosofia-la santità vissuta come la felicità eisitenziale che scaturisce dalla bellezza dell'uomo definitivamente realizzato in Cristo. L'umanità vissuta in Cristo, supera la bellezza degli angeli". E Maria? Maria è il capolavoro, il modello, tipo e figura dell'umanità redenta, dunque di ciascuno di noi che, insieme formiamo la Chiesa. Ella è (a mio modo di "vedere") l'iconopatheìa, l'immagine appassionata (e, al contempo tragica) dell'amore stesso di Dio Padre-Figlio-Spirito santo. Ella ha realizzato, incarnandolo e divenendo essa stessa, amore accolto e offerto. Questo è anche il senso della nostra vita, ciò che può appagarla nella sua fame di verità e di bellezza. Per questo Ella è a buon diritto Madre di Dio, Madre di tutti i cristiani.

Oggi, 11 maggio. Il Liber Pontificalis, sfogliato da PASQUALE IACOBONE nel suo bel libro Maria a Roma, Editrice Tau, 2009, documenta la fervente devozione da parte dei primi Pontefici alla Madre di Dio, Teologia, culto e iconografia mariana a Roma, dalle origine all'Altomedioevo (il sottotitolo). Due edifici cristiani con la loro storia, a mio modo di vedere, risultano particolarmente significativi: la basilica di S. Maria in Trastevere, e S. Maria ad Martyres (Pantheon). La prima venne edificata su un luogo che, nel 38 a.C., venne interessato da uno strano fenomeno, improvvisamente dalla terra sarebbe sgorgato dell'olio. Questa singolare "eruzione" col tempo venne interpretata come "un'allusione al parto della Vergine: come l'olio sgorgò dalla terra così il Cristo, l'Unto, nacque da Maria, venendo al mondo".

Qui sorse una prima ecclesia domestica, dove abitò e trovò il martirio Papa Callisto I. Nel VI sec., da questa chiesa primitiva si arriverà all'attestazione del culto mariano e alla dedicazione della basilica a Sancta Maria Transtiberis. Un'altra singolarità da menzionare è il "destino" del tempio pagano conosciuto a tutti come il Pantheon. Edificato nel 27 a.C, caduto in abbandono e richiesto nel 608 da Papa Bonifacio IV all'Imperatore bizantino Foca, ottenuto che l'ebbe lo dedicò, il 13 maggio (data che, nella storia delle apparizioni, come tutti sappiamo, è ricorrente!) alla Beata Vergine Maria e a tutti i Martiri. Secondo la leggenda -scrive Iacobone- il Pontefice avrebbe fatto deporre sotto il pavimento ben ventotto carri di corpi di martiri, prelevati dalle loro sepolture nelle catacombe romane. I Papi, qui, intervenivano in alcune solenni celebrazioni liturgiche che si svolgevano in questa chiesa mariana, ad esempio nella festa di Pentecoste, quando dall'oculo aperto nella cupola, piovevano petali di rosa, o nella Festa di tutti i Santi. Oppure, ancora, nelle feste dell'Ascensione e dell'Assunta si rappresentava la dipartita del Signore o della Vergine sollevando verso il cielo e facendo poi uscire dall'oculo della cupola i personaggi che li impersonavano. Sempre da questo testo traggo una citazione del filosofo-teologo Ippolito Romano, figura illuminata ma anche controversa nella sua opera di contrasto al contemporaneo Papa Callisto I: "Il Verbo di Dio che era senza carne rivestì la santa carne della santa Vergine e -a guisa di sposo- se la intessè come una veste sul patibolo della croce, per salvare l'uomo che era perduto, coll'unire alla sua potenza il nostro corpo mortale ed associare il corruttibile all'incorruttibile, il debole al forte"

Oggi, 10 maggio. Siamo entrati nel mese mariano, "che si intona bene" -ci ha detto ieri il Papa prima della recita del Regina Caeli- "a questo tempo dell'anno in cui arriva la primavera, in coincidenza con la Pasqua e la Pentecoste". Ci ha inoltre rammentato del suo imminente viaggio in Portogallo, nei giorni tra l'11 e il 14, dove sosterà, tra l'altro, a Fatima in occasione del 10°anno dalla beatificazione dei pastorelli. Padre F. Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana,ha annunciato una delle motivazione di questo pellegrinaggio mariano: "per mostrare come Dio agisce nella storia. Abbiamo bisogno di occhi limpidi e innocenti per leggere il cammino del nuovo millennio e comprendere dove stanno i suoi rischi e le sue speranze più vere".Anch'io la settimana trascorsa mi trovavo davanti a uno dei luoghi mariani più famosi, la grotta di Massabielle, a Lourdes, dove la Vergine Santissima ha lasciato un segno indelebile della sua presenza, rivelandoci l'essenza del suo nome:

"Io sono l'Immacolata Concezione", ratificando ciò che la Chiesa e la fede dei cristiani le aveva da sempre riconosciuto. A ben guardare le apparizioni della Madonna sono quasi sempre accompagnate da messaggi ma anche da richieste precise: "Dì ai preti che costruiscano in questo luogo una chiesa".
In una richiesta così formulata avverto sempre uno scambio, addirittura un capovolgimento di significati: Ella che è il Tempio della Divina Presenza, l'Arca dell'Alleanza, la Sede della Sapienza, chiede, quasi prega, perchè si eriga un luogo a Lei dedicato. Un tempio, uno spazio profano "ritagliato" per Lei, affinchè vi possa esercitare la sua potente intercessione, la sua accoglienza, la sua materna protezione. Ella la Domus aurea, supplica la mediazione di noi, "profughi e sbandati" su questa terra, affinchè si realizzi ciò che lo Spirito santo ha operato in Lei, infondendo il germe della fecondità: generare il Re del Cielo, che da Lei, Vergine, ha assunto la realtà della carne mortale. Così la Madre, la Signora del Cielo, ci insegna come essere a nostra volta dei "tabernacoli viventi", dei custodi della Parola, dei Testimoni (martiri) trasmettitori della vita, fino all'effusione del sangue. A questo proposito mi piace riportare la formulazione del titulus, il testo composto da Papa Sisto III, andato distrutto nel tempo, ma che originariamente abbelliva la Basilica di S. Maria Maggiore (Basilica liberiana) del IV sec.: Vergine Maria, a te io Sisto ho dedicato un nuovo tempio degno dono al tuo ventre portatore di Salvezza: a te, genitrice ignara dell'uomo, a te, infine, che avendo partorito, hai generato dalle tue viscere intatte la nostra Salvezza. Ecco, i testimoni del tuo ventre materno, ti portano i loro doni, e sotto i loro piedi è posto lo strumento della passione di ciascuno: il ferro, la fiamma, le belve, il fiume e il terribile veleno. Tuttavia anche se tanti sono i tipi di morte, una sola è la corona che resta.

Oggi, 30 aprile. Abbiamo parlato di "illuminazione" e di "auto-osservazione", consideriamo ora la distinzione tra -essere "ammiratori"- e -essere "imitatori"-, la trovo in quell'intervento magistrale tenuto da mons. Bruno Forte, al Convegno dei Direttori degli Uffici Catechistici a Reggio Calabria, dove venne presentata la "Lettera ai cercatori di Dio" dei Vescovi italiani (giugno 2009). Il vescovo teologo citava Soren Kiergegaard: "Che differenza c'è fra un ammiratore e un imitatore? Un imitatore è, ossia aspira a essere, ciò ch'egli ammira; un ammiratore invece rimane personalmente fuori: in modo conscio o inconscio egli evita di vedere che quell'oggetto contiene nei suoi riguardi l'esigenza d'essere o almeno di aspirare a essere ciò ch'egli ammira". Perciò tutta la vita del Cristo sulla terra, dal principio alla fine, fu indirizzata assolutamente ad avere solo imitatori e a impedire gli ammiratori". Essere imitatori e non ammiratori di Gesù o dei suoi testimoni più luminosi, i santi, esige però una decisione, che si può prendere solo in prima persona: "Camminare soli! Sì, nessun uomo, nessuno, può scegliere per te oppure in senso ultimo e decisivo può consigliarti riguardo all'unica cosa importante, riguardo all'affare della tua salvezza...Soli! Poichè quando hai scelto, troverai certamente dei compagni di viaggio, ma nel momento decisivo e ogni volta che c'è pericolo di vita, sarai solo" (S. KIERKEGAARD, Esercizio del cristianesimo, 812 e Vangelo delle sofferenze, 833). Questa è la prima condizione, la seconda è scoprire la propria vocazione, la vocazione che è di ogni uomo, cioè"essere un cercatore di senso", qualcuno che cerca la parola che riesca a vincere l'ultimo orizzonte della morte e dia valore alle opere e ai giorni, offrendo dignità e bellezza alla tragicità del nostro vivere e del nostro morire

Oggi, 28 aprile. Ma continuiamo pure con la nostra riflessione, consideriamo la "conversione" dell'ex-galeotto, Jean Valjean, così come ci viene raccontata da Victor Hugo nei I miserabili: "Il suo cervello (di Jean Valjean) era in uno di quei momenti tremendi e pur tuttavia terribilmente calmi in cui la fantasticheria è così profonda da assorbire la realtà; le cose che ci circondano scompaiono e vediamo quasi al di fuori di noi le immagini della nostra mente. Egli si contemplò dunque a faccia a faccia e nello stesso tempo, attraverso questa allucinazione, vedeva in una misteriosa profondità una specie di luce che a tutta prima credette una fiaccola; poi, guardando questa luce che appariva alla sua coscienza, riconobbe che aveva forma umana e che questa fiaccola era il vescovo. La sua coscienza considerò quei due uomini che così le stavan dinanzi, il vescovo e Jean Valjean, era necessario il primo per scolorire il secondo. A mano a mano che la visione si prolungava, il vescovo si andava facendo più grande e risplendente ai suoi occhi, mentre Jean Valjean rimpiccioliva e svaniva, a un certo momento fu soltanto un'ombra, e disparve. Rimase il vescovo solo, inondava l'anima di quel miserabile d'uno stupendo sfolgorio. Jean Valjean pianse a lungo, pianse a calde lacrime; mentre piangeva la luce penetrava nel suo cervello, una luce straordinaria, meravigliosa e terribile insieme". E' un processo interessante, di illuminazione interiore, che solo la grazia, un intervento dall'alto può innescare. In una sorta di spiegazione para-scientifica si è tentato di spiegare questo processo cognitivo: "Noi diventiamo auto-coscienti mediante l'auto-osservazione; facendo descrizioni di noi stessi (rappresentazioni), e interagendo con le nostre descrizioni possiamo descrivere noi stessi che descriviamo noi stessi, in un processo ricorsivo senza fine" (Autopoiesi e cognizione, la realizzazione del vivente, di R. MATURANA e F. VARELA, Ed. da Bibliteca Marsilio 2004). E' un uscire da sè per acquisire una "nuova visione" di sè. Questa sorta di "vedere la visione" comporta degli occhi nuovi, un bagno di grazia, una immersione ed emersione: "E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono" (Atti degli Apostoli 9,18 -La vocazione di Saulo).

Oggi, 26 aprile. Tra breve si concluderà anche questo Anno sacerdotale. Siamo stati esortati dal Santo Padre a pregare per i nostri pastori, pregare e insieme fare penitenza. Al seguito degli "scandali" doveva seguire un atto di purificazione all'interno della Chiesa. Forse -pensavo-, farebbe bene a tutti rileggere con occhi nuovi I miserabili, quel capolavoro della letteratura di VICTOR HUGO, e riflettere sull'umile figura di monsignor Bienvenu, vescovo, dipinto dallo scrittore con tratti scarni ed essenziali, come è essenziale e semplice il Vangelo. Laddove ci si aspetterebbe la denuncia e la condanna questo sacerdote interviene con la spogliazione di ciò che gli appartiene, lenisce le ferite con le benedizioni che sono dei veri atti di esorcismo: - "Jean Valjean, fratello, non appartenete più al male, ma al bene; io compero la vostra anima, la sottraggo ai pensieri e allo spirito di perdizione e la dono a Dio". Da qui, nel racconto, il cammino di risalita e di redenzione, lento ma irreversibile, dell'anima abbruttita dall'odio e accecata dalla disperazione. Il capitolo XIII, del secondo Libro, LA CADUTA, è un vero capolavoro di introspezione; nel processo di autocoscienza che lo scrittore fa intraprendere al suo personaggio, si delinea il sorprendente miracolo della grazia che salva. Vi propongo un frammento di luce: Sentiva confusamente che il perdono di quel sacerdote era il più grande assalto e il più formidabile attacco da cui fosse mai stato scosso; se resisteva a quella clemenza la sua ostinazione al male sarebbe stata definitiva; se cedeva, avrebbe dovuto rinunciare a quell'odio, di cui le azioni degli altri uomini avevano riempito la sua anima per tanti anni, e che gli piaceva: questa volta doveva vincere o esser vinto e la lotta colossale e decisiva, era impegnata a fondo tra la propria malvagità e la bontà di quell'uomo. (...)Forse una voce gli bisbigliava all'orecchio che stava attraversando l'ora solenne del suo destino, che per lui non c'era più via di mezzo, che ormai se non diveniva il migliore degli uomini, ne sarebbe stato il peggiore, che se voleva diventare buono doveva mutarsi in angelo e se voleva rimanere malvagio doveva divenire un mostro. "Salvare le anime", dunque. Non può essere considerato per il sacerdote un optional, esposto alle contraddizioni dei tempi è, anzi, l'esercizio dell'essere sacramento dell'amore di Cristo nella sua Chiesa.

Oggi, 25 aprile. Per tutta la vita siamo avidi di sicurezza e dipendenti dalla tenerezza, questa è la nostra vulnerabilità fondamentale. Amare è essere vulnerabili (Jean Vanier). Mi trovo daccordo con questa bella affermazione di Vanier e aggiungo che: la conseguenza di tale vulnerabilità, se mal vissuta, spinge certi uomini "a credere molto a ciò che li divide e molto poco a ciò che li unisce", come aveva scritto Roberto Mancini (su un numero di Avvenire parecchi mesi fa) in una sua riflessione sul tema La speranza. E aggiungeva: "Vedere in ognuno un valore infinito, oltre i ruoli, le convenienze, i meriti, le colpe: ecco l'inizio della coscienza". Citava, infine, Levinas nel ricordare che "l'etica in definitiva è un'ottica", vedere l'altro come essere prezioso e insostituibile. E qui arriviamo alla scoperta (che scoperta poi non è!) dell'ontologia della relazione, "essere è relazione", è il nuovo saggio del filosofo Adriano Fabris ( TerEtica. Filosofia della relazione - Ed.Morcelliana), il quale scrive: "...Questo coinvolge prima di ogni cosa l'identità in quanto non solo trapassa sempre in alterità, ma ha il suo senso solo nell'attuarsi della relazione stessa... (...) Io-sono-altri". Il filosofo si spinge oltre e vede nel mistero inaudito dell'Incarnazione, il paradigma su cui si affranca questo pensiero: "L'assoluto investe il relativo ma non lo cancella. Tra assoluto e contingente si apre cioè lo spazio della relazione". Ma questa non è forse la quint'essenza del cristianesimo che trova nel mistero trinitario la fonte e l'origine dell'amore che è per sua natura comunicativo e comunionale? Essere dono, essere per l'altro, dunque: essere esposti al rifiuto, essere vulnerabili, disposti a scomparire purchè l'altro viva.

Oggi, 22 aprile. - Di cosa si occupa un agente immobiliare?? Prima di oggi non avrei saputo rispondere che in maniera abbastanza confusa... Ammetto la mia ignoranza in materia ma, nel contempo, so riconoscere che questa è sempre la condizione per la ricerca. Un amico prete sopraggiunge da Ferrara accompagnato dall'amico, agente immobiliare - per l'appunto -. Succede durante le formali presentazioni che insorge fulminea una "sinapsi" neuronale a evocarmi l'associazione con la Fiera del Mobile, appena conclusa in questi giorni. Simultaneamente, per una reazione neuronale oppositiva, mi si palesa l'ampio rischio di incorrere in una "gaffe": scambiare tavoli per cavoli, come a dire: artista per articolista. Finalmente la domanda relativa all'associazione sconnessa si spegne in bocca. L'amico prete invece è abile e scivola via sul fornire le motivazioni vere di quella visita: - assistere allo stadio di S. Siro alla partita Inter-Barcellona. Da "sfegatati tifosi", milanista lui e juventino l'altro, non potevano rinunciare all'evento. Non capisco, ma la cosa mi diverte. Mentre mi parla cerco d'immaginare il mio amico prete, compassato, con il clergyma alto, dallo stile formale e abbastanza tradizionalista, mescolato tra la ressa dei tifosi ... Il pensiero continua a divertirmi. - "Però, - intende rassicurarmi - noi siamo stati coerenti: siamo rimasti impassibili, senza esternazioni e clamori per tutta la durata della partita. Non potevamo tradire la squadra del cuore". Ci abbiamo riso sopra. In seguito ho riflettuto su quanto sia grande e benefica la "libertà dei figli di Dio" (Gal.5,1) che li rende sempre in grado di stupire e di provare stupore. DILIGE ET QUOD VIS FAC, "Ama e fa quel che vuoi", diceva S. Agostino. Se noi investissimo più in semplicità con gli altri e in sincerità con noi stessi, se noi - in sostanza - purificassimo in umiltà il nostro sguardo, ci troveremmo già sulla soglia della Verità. Esseri, cioè, capaci di comunione, votati all'unità: "un cuore solo e un'anima sola" (Atti degli Apostoli 4,32)

Oggi, 21 aprile. Quest'oggi, risalendo da una metropolitana, mi imbatto in un foglio di giornale, alla mercé delle pedate dei passanti. Non mi sfugge la croce che occupa quasi un terzo del foglio. Si tratta di una "croce pettorale", quella dei vescovi. Rifletto per un istante alla rivoltante inflazione che subiscono le immagini ad opera dei sedicenti e seducenti media. Una croce, non mi lascia mai indifferente, raccolgo e ripongo in una tasca. Scopro ora che si tratta di un articolo, apparso ieri su l'Unità, firmato A M Lorusso, dal titolo graffiante: La Chiesa ha perso l'anima per governare la vita degli uomini; e, solo il titolo, lascia intendere il contenuto che non merita nessun commento. Dò spazio, invece, a quanto aveva scritto il noto poeta Mario Luzi intervenendo ad un Convegno sul tema: "Uomo e destino: il viaggio di una generazione", testo ampiamente pubblicato su Avvenire, 28 febbraio 2010: ...

Tutti gli istituti e i poteri che si opponevano alla familiarità e alla fraternizzazione sono crollati; nemici visibili e dichiarati della parola non ce ne sono, mentre c'è un invisibile, imprendibile avversario che corrompe le parole, moltiplicandole, svuotandole di senso e di peso. E' una violenza anche questa, l'abuso della parola, che è anch'essa un modo di tacere e di tacitare. Si può tacere rifiutandosi di parlare ma si può tacere anche parlando a sproposito, violando il linguaggio con la reiterzione e la proliferazione insensata che tutti i giorni noi sperimentiamo sulla nostra pazienza. Questo avversario invisibile corrompe anche l'uomo sostituendosi alla sua volontà, subdolamente. L'uomo della città a cui si possono inoculare desideri e pensieri e soluzioni dei pensieri fasulli, è un uomo eterodiretto, che è un pericolo molto grave. (...) Due consigli suggerisce l'autore: 1) Per amare il mondo bisogna anche sapersene separare. 2) Per catturare la vita, per esprimerla, per comunicarla bisogna morire al mondo, alla vita, per accendere l'immagine viva e valorizzarla ... (...) poichè non si dà la parola, l'uso di questa senza amore, senza la generosità di un'offerta che è essa stessa amore. Conclusione: prima di brandire parole che si oppongono alla comunicazione vera, si pensi la parola in quell'unica Parola di cui la Chiesa è custode e annunciatrice.

Oggi, 20 aprile. Uno studio interessante per la nostra riflessione è quello di Thomas Staubli, pubblicato sulla rivista IL MONDO DELLA BIBBIA (N.5 novembre-dicembre, 2009), parte di un dossier dedicato al tema Bibbia e immagini. Scrive l'autore: "Nel testo sacro il nome divino diviene immagine sacra. Non può essere pronunciato, ma, come un'immagine, soltanto osservato e interpretato. (...) Non stupisce che la più importante preghiera del cristianesimo inizi con la formula "... sia santificato il tuo nome". (...) Gesù è il Cristo, colui che viene - nel nome del Kurios -, ovvero nel nome del Padre. In Gesù Cristo il Padre ha santificato il suo nome. Nel nome di Cristo il Padre manderà il Paraclito agli uomini; nel suo nome verranno salvati, poichè nel suo annuncio del nome è stato impiantato l'amore.

Come nome operante, dunque, che nel cristianesimo ben presto apparirà nel segno della croce, - che può essere interpretato come lettera greca "Ki", vale a dire l'abbreviazione del nome di Cristo". (...)
E ancora: "La formula trinitaria che introduce gli atti liturgici è la seguente: - Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo -".

Oggi, 19 aprile. A cinque anni dalla sua elezione a Papa, la Chiesa intera si stringe attorno al Santo Padre nella preghiera di ringraziamento e di supplica per invocare sempre nuove benedizioni sulla sua persona e sulla sua missione. Proseguendo nella nostra ricerca è bene rammentare il libro scritto dallo stesso Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, frutto della sua poderosa ricerca, dove sul retro copertina troviamo la citazione del S. 27,8-9: Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. A pag. 404, nel cap. 10: "Le affermazioni di Gesù su se stesso", leggiamo la sintesi di alcuni contenuti importanti: L'uomo, in fondo, ha bisogno di un'unica cosa che contiene tutto; ma deve prima imparare a riconoscere attraverso i suoi desideri e i suoi aneliti superficiali ciò di cui necessita davvero e ciò che vuole davvero. Ha bisogno di Dio. Così possiamo ora vedere che dietro tutte le espressioni figurate c'è in ultima istanza questo: - Gesù ci dà la vita perchè ci dà Dio. Ce lo può dare perchè è Egli stesso una cosa sola con Dio. Perchè è il Figlio. Egli stesso è il dono - Egli è la vita. Proprio per questo è, secondo l'intera sua natura, comunicazione, -pro.esistenza-. In una visione non teologica ma poetica, il predecessore Giovanni Paolo II, nei suoi anni giovanili, aveva scritto: "Davanti a quello sguardo,/ dov'era il mondo intero. [...]/ Ricordati, cuore, di quello sguardo/ in cui ti attende tutta l'eternità" (K.WOJTYLA, Canto del Dio nascosto, Canto del sole inesauribile, in Giobbe ed altri racconti)

Oggi, 16 aprile. Auguri al nostro caro Santo Padre, Benedetto XVI. Le nostre preghiere e la nostra vicinanza in questo frangente di storia dove la persecuzione mediatica contro la Chiesa mette a dura prova il ministero degli apostoli. Vorrei lasciare come augurio e incoraggiamento le parole del predecessore, Giovanni Paolo II: - "Non abbiate paura cari figli, questo non è un mondo vecchio che si conclude. E' un mondo nuovo che ha inizio. Una nuova aurora sembra sorgere nel cielo della storia" -. E' la tenera profezia di speranza donata agli uomini, carichi di paure, di peccati e di miserie (tratto da DOMENICO DEL RIO, Karol il Grande , pag. 321).

Un'altra profezia che l'attuale Santo Padre ha fatto su di sè è questa: - Ho portato il mio bagaglio a Roma e ormai da diversi anni cammino con il mio carico per le strade della Città Eterna. Quando sarò lasciato libero non lo so, ma so che anche per me vale: "sono diventato la tua bestia da soma, e proprio così sono vicino a te". (JOSEPH RATZINGER, La mia vita). Coraggio, non è solo!

Oggi, 15 aprile. E' importante sapere. Alla Porta dell'Aurora (Ausros Vortai a Vilnius, in Lituania), dove è possibile venerare l'immagine taumaturgica di Maria Madre di Misericordia, nel 1900, a chiusura del Giubileo della Redenzione del Mondo, venne celebrato un triduo solenne. Nel 1935, nel medesimo luogo, verrà collocata per la prima volta l'immagine di Gesù Misericordioso (vedi notizia sotto): .. la Madre aveva preceduto il Figlio per far sperimentare la grazia soccorritrice dell'icona (ha scritto Pietro Zovatto in "Faustina Kowalska e la misericordia").

Papa Giovanni Paolo II, il 30.4.2000, nell'omelia di canonizzazione di suor Faustina comunicò al mondo questo messaggio: Intendo trasmettere questo messaggio al nuovo millennio. Lo trasmetto a tutti gli uomini perchè imparino a conoscere sempre meglio il VERO VOLTO DI DIO e il vero volto dei fratelli. Amore di Dio e amore dei fratelli sono infatti indissociabili. E' quanto il nostro Santo Padre, Benedetto XVI, ha inteso trasmetterci con la sua enciclica "Deus Caritas Est", ed è quanto ci testimonia ogni giorno con la sua presenza nella Chiesa, a cui non mancano oltraggi e persecuzioni. Siamone anche noi solidali e degni di portarne il carico.

Oggi, 14 aprile. Ancora, per gli artisti, è importante conoscere la storia di un'immagine famosa del "Volto Santo", si tratta del misterioso dipinto (?) custodito nel santuario abruzzese di Manoppello. Secondo una versione del giornalista scrittore Saverio Gaeta, si tratterebbe di un complementare tessuto funerario di Gesù che il Vangelo di Giovanni identifica come il "sudario, che era stato sul suo capo". Per un approfondimento: "L'enigma del volto di Gesù" - Ed. Rizzoli. Da non perdere, invece, la tesi di Maria Chiara Marrone, in pdf, facilmente scaricabile da Internet IL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO.

Da sabato 10 aprile fino al 23 maggio i pellegrini si potranno recare a Torino e, in un percorso di preghiera e di riflessione, contemplare il sacro lino, la Sindone, in cui fu riposto il corpo martoriato del Crocifisso. Come ci ha ricordato il Card. Severino Poletto, vescovo di Torino: . "L'immagine sindonica non fonda la fede, che è radicata sul Vangelo. Tuttavia contemplare quel corpo segnato dalle piaghe descritte da chi vide la Passione aiuta la riflessione e la preghiera, e quindi la fede". Questo è il significato di tutte le immagini e rappresentazioni ispirate dalla Sacra Scrittura e, insieme, dalla fede popolare.

Oggi, 11 aprile, Domenica in Albis, la Chiesa nella liturgia celebra la solenne festa di Gesù Misericordioso. E' importante per tutti gli artisti richiamare alla mente la storia di questa venerata immagine legata alle rivelazioni di Suor Faustina Kowalscka, la quale ricevette proprio da Gesù stesso l'ordine di mettere in immagine la visione e, chiunque avesse pregato con fede davanti a questa "icona", ne avrebbe ricevuto in benedizioni e protezione divina per mezzo della Misericordia che ci viene dal cuore di Cristo. Questo oltre alla Sindone, di cui si è inaugurata ieri l'apertura, e la possibilità ai pellegrini di recare visita e pregare di fronte all'immagine del Cristo "patiens". Insieme alla Sindone anche l'immagine di Gesù Misericordioso è un riferimento sicuro per chi volesse riprodurre il volto di Gesù Salvatore.

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