TEMPO ORDINARIO


Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode (Salmi 33,2)

RITORNO ALL'ORDINE

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.( ...) Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine (Eccl. 3-11)

 

Siamo entrati nel Tempo ordinario che per la liturgia ambrosiana corrisponde alle Settimane Dopo l'Epifania del Signore le quali ci immetteranno di nuovo in un altro tempo stra-ordinario, quello quaresimale. Ordinario non indica la piatta ripetizione, priva di slancio e di colore, se pensiamo che la "novità" di Cristo viene seminata ogni giorno nel cuore e nella mente di chi celebra e vive la liturgia. Essa è come linfa energizzante, è lo stesso volto della comunità che si raduna per lodare Dio, per fare memoria delle meraviglie da Lui compiute, per chiedere che Egli, continuamente, rinnovi nella nostra storia i prodigi del Suo amore, perché

Colui che è il Fedele ci custodisca perseveranti nella nostra missione ecclesiale. Per contro, la trascuratezza nel celebrare è sempre scarsa conoscenza e considerazione del Dono capace di rigenerare l'esistenza di ciascuno e della comunità intera.
RITORNO ALL'ORDINE, per una rivalorizzazione dei segni, per una corretta epurazione della "vista" che ridoni la freschezza dello sguardo del fanciullo, che vada nella direzione di una sempre maggiore verità delle cose, nella loro sostanza e nel loro intrinseco significato. In ordine ad una sapiente semplicità che bandisca dalle nostre chiese sia la sfrenatezza dell'estro, sempre eccessivo, invadente, artificioso, chiassoso: prepotentemente evidente; sia la sciatteria, la banalità, il vecchiume, la trascuratezza disposta sempre a declinare fino al sudiciume, l'omologazione al «tanto ..., non ne vale la pena, ci sono cose ben più importanti». Rimettere ordine nelle nostre chiese, magari partendo proprio dai fiori. Dove spesse volte le piante più che abbellire servono a nascondere crepe, incrostazioni, muffe, accidenti e magagne indecorose a cui non si vuole porre rimedio e si cerca allora di mascherare. Pensare che tutti possano mettere mano e disporre dove e come vogliano fiori e piante è sbagliato. Spesse volte i parroci si trovano a dover gestire delle vere e proprie serre di piante a fusto alto rifilate alla chiesa perché ritenute ormai troppo ingombranti per gli spazi domestici. Oppure vasi di ogni genere e forma, depositati qua e là a seconda di dove gira la devozione.

Meglio sarebbe stimolare (educare) i fedeli a corrispondere con l'offerta in denaro al decoro della casa di Dio, predisponendo magari una cassetta con indicata la destinazione OFFERTA PER I CERI E PER I FIORI. Incaricare una o due persone che conoscano la liturgia e siano preparate a svolgere questo servizio con cura, modestia e costanza nel tempo. Seguire la direzione equilibrata del buon gusto e poca spesa, della semplicità e dell'ordine, della pulizia e del decoro, non può che dare risultati positivi. I fiori rientrano nella categoria dei segni e, dunque, "parlano" veicolando contenuti ed emozioni. Avere cura e prestare attenzione a questo segno è il primo biglietto da visita di una comunità. Non è - lo ripetiamo - né la pomposa ricercatezza e neppure la vuota improvvisazione ma la sapiente ricerca dei significati capaci di evocare, anche semplicemente, un senso di benessere.
A costo di risultare "minimalisti" suggeriamo di puntare su poche cose, l'attenzione ai due poli principali della liturgia: l'ambone, il luogo della proclamazione della Parola e l'altare il luogo del sacrificio, del banchetto.
Per l'ambone il segno è quello della luce, la struttura del portaceri con 7 fiamme, indica lo scorrere del tempo verso la pienezza.

Per il tempo liturgico l'apice viene raggiunto con la Settimana Santa, la scansione delle 7 settimane racchiude, nel ricorso di una mistica modularità (sappiamo che il 7 indica il traguardo ad una pienezza), un ritmo "cardiaco" che è proprio quello liturgico, della Chiesa che pulsa all'unisono con tutta la creazione. Le sette settimane dopo l'Epifania, la cui scansione è sottolineata da 7 ceri verdi, immetterà nelle 7 settimane del tempo quaresimale, per passare dalla Pasqua (vertice) alle 7 settimane che sbocciano nella Pentecoste. Vicino al portaceri una pianta (non una composizione di fiori recisi!) con un fiore evidente che si intoni armonicamente con la dominanza del verde, il colore liturgico proprio di questo tempo.

Sull'altare, invece, il segno essenziale è quello del fiore reciso, offerto, che va rinnovato con cura. Le candele, due, poiché diventa l'indicazione della fraternità, della condivisione ("Dove 2 o 3 sono riuniti io sono in mezzo a loro"). Candele di cera grondante perché anch'esse divengono il segno dell'offerta: qualcosa si consuma per diventare luce che illumina e calore che riscalda. Non è una sottolineatura scontata o banale quest'ultima.

Le "boulle de Noél" sono da abolire sull'altare! Le ridicole sfere riempite di cera liquida colorata è il degrado finora raggiunto nell'ambito dell'oggettistica e del design della suppellettile liturgica. - «Bisogna aggiornarsi!» Ci sentiamo rispondere quando osiamo affrontare un sacrista o il prete sbrigativo. Quando tutti sappiamo che dietro a queste scelte vige (oimé!) la pedanteria del primo e la superficialità del secondo. Sobrietà (essenzialità), chiarezza, semplicità definiscono i tratti peculiari della verità in generale e della verità particolare di noi stessi, come persone e come cristiani.

Preghiera
In Te Signore sempre/ la mia dimora sia./ Nella lentezza sapiente/ del seme che fiorisce./ Distante dalle grida/ dei mercanti del tempio/ lontana da ogni palco./ Nella semplicità/ del passero che canta/ o tace per lodarti.
(Clemente Rebora)

 

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