L'Ambone

... "Verrò all'altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo. A te canterò con la cetra, Dio, Dio mio" (Salmo 42,4)

 

«Li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saliranno graditi sul mio altare, perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Isaia 56,7)

Altare nella chiesa della Scuola Beato Angelico

L'altare ha un duplice significato, di mensa e di ara, il primo sottolinea il carattere della convivialità, del banchetto eucaristico, della cena del Ringraziamento, il secondo, l'ara, ("alta-ara"=luogo elevato per il sacrificio) richiama implicitamente l'atto dell'offrire, del sacrificare agli dei vittime e offerte, fatte passare attraverso il fuoco, la combustione integrale. Qualche liturgista intenderebbe concepire l'altare anche come la pietra su cui si sarebbe infissa la croce di Cristo e da qui, l'aggiunta di questo simbolo, al centro e sopra l'altare stesso, a ribadire che Gesù nell'Ultima Cena aveva ben presente quale morte avrebbe dovuto subire.
Questo è costantemente richiamato nel rito, nell'atto della consacrazione, piuttosto la croce interposta tra il sacerdote e l'assemblea celebrante, rischia di togliere visibilità e importanza al gesto dell'offerta che si rivolge su ciascuno per essere accolto: «Questo corpo - questo sangue - è dato - è versato - per voi».
E, di seguito, il comando che dà senso e ri-attualizza il mistero celebrato: «Fate questo, in memoria di me». Gesù, mentre si disponeva a bere il calice della sua passione e morte e preparava i discepoli alla comprensione di questo suo atto di offerta e di espiazione, non intendeva suscitare clamore su questo evento che è, in fondo, l'esito del "tradimento" da parte di tutto un popolo nei confronti del proprio Dio; piuttosto i segni nuovi del pane e del vino in sostituzione dell'agnello da latte, indicano proprio che, quell'Ultima Cena, in realtà era la Prima Cena, preludio del convito eterno voluto dal Padre, prefigurato qui sulla terra ma incessantemente rivolto alla pienezza e alla integrità della Chiesa trionfante che è la Gerusalemme di lassù, Madre di tutte le genti.

La croce è sì strumento e vessillo della nostra salvezza, ma non è l'ultima parola.
L'ultima parola non è neppure una parola come non è un segno, è una Presenza nuova che ha fatto irruzione nella storia, è lo Spirito della Vittima immolata e viva e vittoriosa.
Dunque la croce deve stare in corrispondenza e in prossimità dell'altare, a lato (croce astile), o sospesa (croce pensile), ma non sopra la mensa; poiché tra il sacerdote e il popolo celebrante vi è l'eterna acclamazione e testimonianza nello Spirito Santo che chiama: «Lo Spirito e la sposa dicono: "Vieni!". E chi ascolta ripeta: "Vieni!"» (Ap. 22,17). «Mistero della fede» - riconosce il sacerdote -. E l'assemblea risponde: «Acclamiamo la tua morte, Signore. Proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta».
La dignità di quel segno che rappresenta l'altare, è grande, sia perciò tenuto sgombro da tutto ciò che non sia funzionale al rito: occhiali e portaocchiali; foglietti e libri ausiliari al Messale; cellulari e computer.
La tovaglia sia decorosa e visibile, stesa con cura prima della celebrazione eucaristica e dismessa al termine, come è abitudine per le nostre mense domestiche.
Si evitino fogli di plastica e vetri sotto le ciotole o sotto le candele. I porta candele più che essere appariscenti risultino funzionali allo scopo di evitare lo sbrodolio della cera. Per il resto: lavare una volta in più la tovaglia non guasta! La presenza dell'incenso e del turibolo fumante durante la consacrazione è un ulteriore segno carico di significato e suggestione: le spire di fumo profumato che salgono in alto sono il segno della preghiera e dell'offerta pura che la comunità radunata nel Nome del Signore eleva al suo Dio.

O Dio nostro Padre, origine e fonte della vita./
Nel tuo Figlio fatto uomo hai toccato la nostra carne e hai sentito la nostra fragilità./
Nel tuo Figlio crocifisso e risorto hai vinto la nostra paura e ci hai rigenerati a una speranza viva./
Guarda con bontà i tuoi figli che cercano e lottano, soffrono e amano, e accendi la speranza nel cuore del mondo./
Cristo Gesù, Figlio del Padre, nostro fratello./
Tu obbediente, hai vissuto la pienezza dell'amore./
Tu rifiutato, sei divenuto pietra angolare/
Tu agnello condotto alla morte, sei il buon pastore che porta l'uomo stanco e ferito./
Rivolgi il tuo sguardo su di noi, stranieri e pellegrini nel tempo./
Fa di noi pietre scelte e preziose, e la tua Chiesa sarà lievito di speranza nel mondo./
Spirito Santo, gioia del Padre, dono del Figlio./
Soffio di vita, vento di pace, sei tu la nostra forza, tu la sorgente di ogni speranza./
Luce che non muore, susciti nel tempo testimoni del Risorto./
La nostra vita sia memoria del Figlio,/
i nostri linguaggi eco della sua voce,/
perchè mai si spenga l'inno di gioia degli apostoli, dei martiri e dei santi,/
fino al giorno in cui l'intero creato diventerà un unico canto all'Eterno.
(Preghiera del IV Convegno nazionale della Chiesa Italiana)

 

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