SOLO PER OGGI: OLTRE LA RESILIENZA

Laura Bono

   Forse qualcuno leggendo queste righe si pentirà di aver lanciato un sasso in uno specchio d'acqua solo apparentemente morto. Ma le cose vanno come vanno e se si usano le parole e i proclami per sferzare il giumento che ci porta non stupiamoci se ci troviamo scaraventati a terra. Sì, perchè ce lo dovevano dire, ce lo dovevano ricordare quel diritto sacrosanto che quelli come me fanno presto a dimenticare, per quella sorta di amnesia, che è poi uno stacco mentale che ti imponi ogni volta che scegli di esserci. Ancòra come prima e come ieri: ti lasci incastrare dagli impegni, dal senso del dovere che ti sei dato quando hai scoperto che in questa vita un'azione, un gesto che la renda tale, è più di mille parole e quintali di carta stampata, materia morta e inerte il più delle volte.
E così è arrivata l'imbeccata: «Siamo tutti autorizzati a pensare!» (Mons. Mario Delpini, Discorso alla città, basilica S. Ambrogio, 6 dicembre 2018). Autorizzati. Avesse detto "invitati" avrei colto l'ansia del Pastore a pervenire ad una concertazione di intenti, fatta di fatiche e di tentativi di inclusione delle parti, anche quelle contrapposte ... No, "autorizzati". Sappiamo tutti che nessuno ci deve autorizzare a pensare, come nessuno ci deve autorizzare a respirare ... La provocazione è sottile e colpisce nel segno. In genere si dà per assunto che chi parla lo faccia con cognizione di causa pensando prima di parlare, per questo l'interpellazione non sembra tanto rivolta a chi ha fatto del parlare il proprio mestiere ma, semmai, a chi è reticente nell'esternare il proprio vissuto. Ma, io mi chiedo: - Non è questa forse la radice dei gravi mali che sono come il buco d'ozono sulle nostre teste: - Siamo sicuri che quelli che fanno gli sbrodoloni nei comizi, nelle piazze e sui pulpiti siano afferrati dal proposito di occuparsi del bene comune, siano mossi da quella riflessività che è «amore della ragionevolezza che ci fa umani e comprensivi dell'umano??!» (Pierangelo Sequeri, Milano Sette, pag. 1, Domenica 9 dicembre 2018).
Io dico che c'è un tempo, un tempo che si definisce come spazio e pone un confine, un limite alla tolleranza, un termine alla resilienza. Oltre la breccia della tolleranza, oltre la tracimazione della resilienza rimane solo l'attonita indignazione. Ad una dignità negata, ad una dignità calpestata è lecito l'indurimento nella indignazione. Se la resilienza impegna all'interno per una sorta di lotta per la sopravvivenza, l'indignazione la rivolge all'esterno verso il contesto o sistema ottuso e oppressivo. L'indignazione non è ribellione che racchiude nel suo etimo la guerra e lo scontro, è piuttosto uno scatto morale, la dignità che si sente tradita, sopraffatta e si pone in assetto di difesa.
L'indignazione è già una risposta al sistema corrotto e ipocrita che lede il diritto della persona di sentirsi tutelata e rispettata nel lavoro-con il lavoro; nella famiglia-per la famiglia; nella casa-per la casa; nella vita-per la vita ... L'indignazione è l'esacerbarsi dello scontro aperto contro l'indegnità fatta sistema. E cos'è questa indegnità? E' essenzialmente il non rispetto delle regole comuni.
Dicono. Ma non fanno... Perchè, per pensare pensano, ma pensano male. Redigono leggi, statuti e proclami ma non li rispettano. Parlano di bene comune ma comunemente operano il male a vantaggio del profitto privato. La morale, i codici, l'etica, l'educazione, le virtù, i comandamenti, le regole ... valgono per gli altri e non per loro. Tronfi sulle loro poltrone a recitare la parte del messia filantropo, mentre consumano l'obolo del povero in bagordi e bordelli. Irridono il proletario, la donna, la religione, le istituzioni .... fondano la loro autoreferenzialità nell'anti-istituzione fatta sistema che come un buco nero tutto accentra e oscura.
Grazie per avercelo ricordato: - «Tutti siamo autorizzati a pensare!».
E pensando impariamo a chiamare ogni cosa per nome. E indignati puntiamo contro il dito. E magari domani ci diranno che sì siamo autorizzati a pensare ma ... non a parlare. Perchè per parlare ci vogliono dei requisiti precisi, ci vogliono i titoli, la patente del "saputello" che non ci pensa un attimo a dirti che "i genitori non sono all'altezza dei loro figli, non hanno gli strumenti per affrontare le sfide che pone questo tempo, in fatto di comunicazione, di formazione, di modelli e di ruoli"; dice poi che anche "i giovani navigano senza bussola nell'impero del mondo tecnocratico e tecnologico".... Solo i "saputelli" sanno rispondere alle attese e alle interpellazioni di oggi. Da qui tutta la declinazione dell'evento/incontro attorno all'aperitivo, la movida, la notte bianca, i viaggi, il cinema, i concerti ....
Ma questa non è, precisamente, l'evasione dal "dono" e dal "sacrificio" che strutturano la persona decentrandola dall'io solipsistico, vero nemico per ogni autorealizzazione?
E cosa fanno poi i "saputelli", dopo aver sperimentato che senza una lingua "circoncisa" (Isaia 6,5-7) con le parole non si va molto lontano? Passano all'azione, dimostrano l'intraprendenza e la genialità nel clonare all'inifinito loro stessi. Dai proclami, dagli editti, dai discorsi in piazza, dai sermoni passano con determinazione alla configurazione allargata delle Commissioni e così il gioco dei cerchi concentrici si allarga e si moltiplica anche, ma non si sposta mai da quell'unico centro, quello del sistema ipocrita e millantatore.
Allora il Signore disse a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gen. 4,9). Precisamente questo: la scoperta di essere reciprocamente custodi del bene dell'altro; non a parole ma nella concretezza e nella verità, questo è il vero carbone ardente dove buttiamo i cristalli di incenso dei nostri ragionevoli propositi, dei nostri ambiziosi programmi, perchè sprigionino l'aroma di una vita offerta, consumata nel servizio generoso e altruistico; diversamente: il "male sta accovacciato alla porta" e, prima o poi, prenderà il sopravvento. In conclusione: non limitiamoci a pensare bene e a parlare bene ma: facciamo il bene!
Suggerisco un piccolo medio grande esercizio: si sono allungate le file dei barboni presso la Caritas diocesana. Raccogliamone uno. Invitiamolo a casa nostra. Offriamogli il nostro accappatoio profumato, permettiamogli di fare un bagno. Regaliamoli l'abito della festa. Offriamogli un pranzo. Ascoltiamo cos'è stata la sua vita. Scattiamo con lui una foto di famiglia. Invochiamo su di lui la benedizione di Dio, e chiediamo anche a lui di benedirci. Anticiperemo l'abbraccio di misericordia che ci è destinato:
«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt.25,34-40).

 

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