La nave dei folli

IX Lezione di L. Bono

L'intera opera pittorica di Hieronymus Bosch (pittore olandese, n.1453 - m.1516) è paragonabile, per estensione analogica, alla sferzante predicazione di Girolamo Savonarola, suo contemporaneo. I suoi dipinti truculenti e inquietanti si discostano dall'iconografia tradizionale, sovvertendo i parametri della pittura di genere, soprattutto quella religiosa a cui fa costantemente riferimento. L'arte figurativa e l'arte dell'oratoria sono strumenti portentosi nella predicazione infuocata di questi due comunicatori della fede cristiana.

La nave dei folli, di Hieronymus Bosch, 1495 circa

L'indottrinamento, la catechesi moraleggiante, la denuncia rovente che si scaglia contro la decadenza dei costumi, il pauperismo spirituale, l'imbarbarimento delle coscienze, ne fanno due testimoni minacciosi e scomodi, tanto fuori quanto dentro la Chiesa stessa. Come le trombe dell'Apocalisse anche la tromba di Bosch tuona imperiosa per scuotere e richiamare alla conversione, prima che avvenga la capitolazione finale, prima del giorno di vendetta, prima del giorno terribile del giudizio di Dio. Tra satira sociale e parossismo religioso si squadernano le opere complesse, tutt'altro che allucinate e visionarie di questo artista cristiano.
Agli sprovveduti, a coloro che prediligono il margine e si adeguano ai luoghi comuni e al conformismo, il pittore addita i novissimi: morte-giudizio-inferno-paradiso e sottopone lo squallore della realtà ammalorata allo sguardo di Dio. Come l'opera emblematica, I 7 peccati capitali, concepita come il grande occhio di Dio con al suo centro in loco della pupilla l'immagine del Risorto, il quale mostra il costato aperto con le piaghe sanguinanti, attorno la scritta: "ATTENTO, DIO TI VEDE".
Attraverso gli occhi del Figlio innocente e sacrificato Dio vede: vede l'incuranza e la perversione, il rifiuto e la corruzione, il peccato che si avvita in una contorsione che genera l'abbruttimento bestiale dell'essere privato dalla grazia.
E' questa la rappresentazione dei sette vizi capitali: la superbia, l'avarizia, l'invidia, l'ira, la gola, la lussuria, l'accidia. Il male recidivo viene visto da Bosch come una vera piaga sociale che allarga le sue spire contaminando vecchi e giovani, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, pagani e religiosi. Nella sua Nave dei folli la pazzia non è tanto quella della mente ma è l'ignavia e l'ignoranza rispetto al destino futuro, la più grave stoltezza nella Sacra Scrittura.

In un libricino che ebbe una diffusione pressoché impareggiabile, fino alla metà del secolo scorso si poteva ancora facilmente trovare nei banchi delle chiese, mi riferisco al manuale per la devozione cristiana scritto da S. Alfonso M. De Liguori, Massime Eterne, nelle prime pagine si legge: «Considera, anima mia, come l'essere che tu hai, te l'ha dato Dio, creandoti a sua immagine senza tuo merito.

Ti ha creato affinché lo amassi e servissi in questa vita, per poi goderlo in Paradiso. Sicché non sei nato, né devi vivere per godere, per farti ricco e potente, per mangiare, bere e dormire, come i bruti, ma solo per amare il tuo Dio e salvarti in eterno. Considera quanto si trascura questo gran fine! Si pensa ad accumulare ricchezze, si pensa a mangiare, a divertirsi, a darsi bel tempo ...
E così la maggior parte dei cristiani banchettando, cantando e suonando se ne va all'inferno!». Questo è il monito e il tragico epilogo a cui vuol far riferimento il dipinto di Bosch.
Quadro di dimensioni ridotte (58 x 33 cm), olio su tavola, La nave dei folli (1490-1500), ha uno sviluppo sulla verticale e rappresenta una novità rispetto alle rigide geometrie costruite attorno ad un unico punto centrale dove è solo il brulicare e

l'assieparsi a mucchi delle figure a conferire movimento e vivacità ai suoi dipinti.
La linea dell'orizzonte è tracciata all'altezza del punto di sezione aurea dell'altezza del quadro; mentre nel punto di sezione aurea della stessa linea d'orizzonte si interseca l'asse verticale dell'albero della nave inclinato pericolosamente di qualche grado.
Anche qui in scena è riproposta la 'vanitas', l'ozio, l'idolatria del proprio corpo nel turpiloquio delle passioni più abiette. La superbia occupa il posto più elevato e anche il più precario considerando l'instabilità del palo della navE, si erge solitaria, giudice di sè, del prossimo e di Dio.

Essa non merita un volto, è una maschera di ferro arcigna e imperturbabile, sovrasta ogni peccato perché è l'essenza del Male, la radice del peccato di origine. Sotto l'avarizia che tenta, anch'essa solitaria, la scalata, brandisce una pannocchia acerba mentre brama con avidità le carote, il cibo per gli asini. E' il peccato che ha meritato da Gesù il grave rimprovero: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è per chi arricchisce per sé e non cresce davanti a Dio" (Lc. 12,20-21). Nascosta e inquieta, l'invidia è rappresentata da una vecchia megera che, appartata spia accrescendo il suo livore verso ciò che brama ed è impedita a possedere.
Tra l'invidia e l'accidia, impersonata dall'uomo che vomita dalla nave, sintomo della nausea della vita, del veleno che intorpidisce i sensi, è inserito - in una posizione accovacciata e di traverso rispetto all'occhio dell'osservatore (ad indicare la negatività e la perversione) - il buffone, il giullare della corte, lo sbeffeggiatore: sorseggia maliziosamente da una coppa, prima del "colpo di coda", dell'ultimo tradimento (cfr. Gv. 13,30).
Attorno al perno rappresentato dal panettone sferico sospeso, ruotano attorno gli atri vizi che sono i frutti alterati dell'incontinenza: la lussuria, la lascivia rappresentata dalle figure svestite in primo piano; l'ira, la donna ubriaca che inveisce percuotendo l'oste che le nasconde il vino;

l'imbonitore che indica ai golosi l'albero della cuccagna mentre il frate, la suora, il povero e il ricco nella bagarre del festino si avventano su una forma tondeggiante che li obbligherà ad addentare come bestie l'oggetto del loro godimento. In questa allegoria della vita rovesciata sono sovvertiti principalmente i simboli cristiani: l'albero della vita cioè la croce. Qui l'albero maestro della nave è divenuto l'albero dei bagordi e della perdizione. La mensa eucaristica, sulla quale si spezza il pane e si versa il vino consacrato per la comunione al Corpo e al Sangue di Cristo,

qui diventa un sudicio asse di legno, dove si consumano i piaceri della carne. La nave simbolo della Chiesa, invece di navigare al largo affrontando il mare aperto per approdare al porto dell'eternità di Dio, è incagliata tra le acque basse e limacciose. Il capitano è l'Accusatore che veste l'abito del buffone, pur brandendo il bastone del comando, il nocchiere è la superbia e la bandiera issata è quella della stoltezza. Tutti i rappresentanti delle categorie e condizioni sociali rispondono all'appello, invasati della loro stessa perversione morale. Ammoniva il nostro Padre S. Ambrogio: «L'allegria fa presto a imbeverti di colpa. Il popolo impinguato e ingrassato si diede ai bagordi e si allontanò dal Signore. Quello che ti giova è un cuore contrito».

Pensare al Natale di Cristo che ogni anno si rinnova nella nostra storia ci obbliga a porre un termine di confronto tra ciò che siamo realmente e ciò che divinamente siamo destinati ad essere, nel divenire operante della grazia che salva: figli nel Figlio, generati dall'Amore per l'amore. La tromba di Bosch può ancora tuonare imperiosa contro l'aberrazione profonda che è il silenzio, cioè la sordità, tutte le forme ottuse di chiusura che impediscono alla Parola del Signore di radicarsi e di germogliare in gesti concreti di vita rinnovata, dove tutti si riscoprono tra loro fratelli poiché generati alla fede nell'unico Padre.
E lo dico con le parole sapienti ed ispirate dell'abate Guglielmo di Saint-Thierry: «Il tuo parlare per mezzo del Figlio altro non fu che porre alla luce del sole, ossia manifestare chiaramente quanto e come ci hai amati, tu che non hai risparmiato il tuo Figlio, ma lo hai dato per tutti noi. Questa è la tua Parola per noi, Signore, questo il tuo Verbo onnipotente, che mentre un profondo silenzio, cioè un'aberrazione profonda, avvolgeva tutte le cose, dal trono regale si lanciò, inflessibile oppugnatore degli errori, dolce fautore dell'amore».

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