Ave Maria a trasbordo

VIII Lezione di L. Bono

Ave Maria a trasbordo, è un dipinto ad olio su tela di Giovanni Segantini, ripetuto in due versioni, la prima nel 1882 e la seconda nel 1886. E' un'opera struggente, del pieno turgore creativo di Segantini, 24 - 28 anni.
Un dipinto di un'armonia e di una calma surreale, il taglio dell'inquadratura è "moderno", fotografico, ma la scena, nonostante il verismo pittorico, propone un fotogramma di vita difficilmente rappresentabile per quelli della mia generazione.

Ave Maria a trasbordo, di Giovanni Segantini, 1886

La famiglia del pastore al completo, moglie con pargolo e le pecore con i loro agnelli, trasborda da una riva all'altra del lago. Si è in una stagione imprecisata, la corsa del sole nell'arco di una giornata è ancora breve ma il tempo cronologico ci è assolutamente certo: la barca con il suo carico fa ritorno al paesello mentre il sole tramonta dietro il campanile, è il rintocco dell'Ave Maria: "Sono le ore 18 ... - diremmo noi - ... si rientra". Il soggetto di quest'opera non è la famiglia del pastore e neppure l'umile azione del salpare e approdare all'altra riva. Il soggetto è il tempo che stabilisce l'alternanza ritmata delle azioni, ripetute come in un rituale: Ave Maria a trasbordo. Sì, poiché è pensabile che vi sia anche Ave Maria all'imbarco e l'Angelus alla mezza (vedi foto 2, opera del 1859 di J. F. Millet): ore 6-12-18; tempo religioso, tempo naturale, tempo lineare. Tempo di Dio, del creato e dell'uomo.
Il lento remare del pastore impone l'unico movimento vibrante alla scena, l'incresparsi dell'acqua in piccole onde ad anello che sembrano incantare le stesse pecore. Il resto è sospeso, quasi cullato da una sinfonia di suoni sommessi, di luci pacate. Le due arcate della barca che fungono da fortuita copertura, tracciano nello spazio una sorta di calotta emisferica, fuoco della doppia ellisse il sole, a lato la chiesetta con la cupola e il campanile svettante che, in un gioco di riflessi, funge da freccia e da gancio tra le due realtà, il grande e il simbolico piccolo tempio, dove tutto è regolato in una sorta di affidamento reciproco: condurre - lasciarsi condurre, entro compiti, gesti ordinati e non subordinati.

Tutto è proteso e tutto pacatamente abbandonato,«come il bambino svezzato in braccio a sua madre»(S.130), non resta che osservare o contemplare il misterioso gioco dell'acqua che si irradia verso l'esterno, come i raggi del sole che ogni sera tramonta sicuro di continuare a sorgere. Questo stato di sospensione del tempo, sopraffatto dall'incanto di indicibile bellezza, è la perfetta fusione delle dimensioni di cui si alimenta il nostro desiderio di creature, in relazione tra loro e con il creato, in rapporto al Creatore. Il frammento fragile è ricongiunto e perciò pacificato in quell'ordine naturale che aspira al tutto, a ciò che è compiuto, dove le parti si armonizzano in reciproca adiacenza, si compenetrano, si supportano perché supportate a loro volta.

Ave Maria a trasbordo. In questa vita, tuttavia, - di fatto - continuiamo a trasbordare e a essere trasbordati a nostra insaputa, e questo fa parte del gioco, ma - e qui si sofferma la mia riflessione - lo specchio si è infranto da tempo e ora stiamo cercando di ricomporne i pezzi: quando il gentile tintinnare dell'Ave Maria è stato soppiantato dal lugubre fischio delle sirene delle fabbriche, quando il tempo da vivere è stato barattato con il tempo del lavoro e, di conseguenza, il tempo a perdere dello spendere, innalzando a picco la soglia dei bisogni, incrementando il più sfrenato consumismo che ha degradato l'uomo, disumanizzandolo, a individuo valoriale potenzialmente atto o ad-atto allo sfruttamento della forza lavoro, quando cioè, finalmente, l'homo religiosus si è emancipato nell'homo faber, allora è stato chiaro quale fosse il suo destino, la patria e

il senso del suo esistere: la bieca rassegnazione dell'incomunicabilità che l'altro rappresenta per me e io per lui.
L'autismo spirituale e rinunciatario nega ogni possibilità d'incontro con l'altro che può maturare solo nella conquista della sua libertà, nell'affermazione del suo diritto di vivere come soggetto. E' negata la via, non sussiste nessuna verità, non esiste una vera vita. In questo meccanismo impazzito si è visto sempre più estendere il divario tra le società altamente industrializzate e pertanto - giocoforza - altrettanto altamente secolarizzate, e quelle rimaste a regime rurale con scompensi di emarginazione coatta, mancanza di istruzione e libertà di espressione, imposta dai regimi totalitari o dai clan dei leader politici al governo.
Siamo forse arrivati al termine di un ciclo che si è aperto un secolo fa, annunciato - per rimanere in casa nostra - dai Futuristi (foto 3), nel loro manifesto pubblicato a Parigi (n.d.r) su "Le Figarò", firmato da Filippo Tommaso Marinetti, mi limito a riportare solo gli ultimi tre punti dell' intero programma: 9-Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore. 10-Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria. 11-Noi canteremo le locomotive dall'ampio petto, il volo scivolante degli areoplani. E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo.

Noi non siamo stati i diretti testimoni di quanto ideologie come queste hanno potuto fomentare nel secolo scorso, il più sanguinario e scellerato nella storia dell'umanità, fino alla deportazione e allo sterminio di massa di un numero incalcolabile di vite umane. Quelli della mia generazione sono i figli dei figli, di coloro che sono ripartiti dalle macerie, da un'eredità sfregiata dalla guerra, hanno vangato «il suolo che ha bevuto il sangue di tuo fratello» (cfr. Gen. 4,11), hanno ricostruito le città, le fabbriche, le banche, le scuole,

i villaggi turistici e quant'altro. Hanno ri-inventato il benessere, il lusso, lo spreco, il ciarpame e i rifiuti, insieme alle scorie tossiche; hanno creato nuovi problemi, ideato "la complicazione semplice" di una "complessità inutile", nuovi disagi, nuovi bisogni, per ritenersi poi geniali e munifici benefattori nel fornire rimedi, propinare ricette, diagnosticare le cause. Materialisti oculati, scipiti nello spirito, non hanno trovato la loro anima, non hanno saputo scorgere un volto, non hanno intessuto relazioni di fiducia, il sole non è mai sorto per loro, non hanno mai cullato il mistero della vita che trasborda da una riva all'altra, il loro cuore non ha mai palpitato all'unisono con quello della natura, i rintocchi dell'Ave Maria non sono mai suonati per loro ... HANNO FALLITO! Scavalcando la generazione di mezzo, la mia, si sono rivolti ai giovani, al loro vitalismo incontenibile: «Il motivo di base della resistenza - scrivono - era l'indignazione, noi, veterani dei movimenti della resistenza chiamiamo le nuove generazioni a far vivere, trasmettere, l'eredita della Resistenza e i suoi ideali. Diciamo loro: ora tocca a voi, date il cambio: Indignatevi!». Questo il nuovo pamphlet di due gagliardi ultra novantenni, francesi (o naturalizzati tali) -scrittori-filosofi, che suggeriscono un programmatico Cammino della speranza, firmato S. Hessel e E. Morin. L'appello, l'incitazione è stata colta e i risultati sono sotto i nostri occhi in questi giorni.

La crisi che tutti stiamo attraversando non ha bisogno di un nuovo capro espiatorio (la classe politica, la classe dirigente, il corrotto sistema finanziario vigente ...) per essere scongiurata, izzare il puledro baio (foto 4) dei giovani non è renderli consapevoli e protagonisti attivi nella storia che stiamo vivendo, incitare all'indignazione non è il formare degli interlocutori capaci di interagire e confrontarsi con i nostri sistemi di pensiero e i nostri progetti, è esattamente il contrario: è impedire loro di farne parte, l'indignazione esprime una reazione di rifiuto e dunque di dichiarata opposizione.

Quelli della mia generazione, la cosidetta "generazione bruciata" hanno sempre lavorato sottocoperta.

Abbiamo creduto seriamente al principio sano che ci spingeva ad una totale e sincera compromissione con la storia, la nostra. Laddove, chi ci precedeva e ci indicava il seducente compromesso a favore di un "parere" ( o apparire) sull' "essere", abbiamo scelto di fondarci sull'essere, a rischio di nomea e restrizioni. Ci siamo "sporcati le mani", non ci siamo sottratti agli impegni defatiganti e poco riconosciuti, abbiamo sempre lavorato, ma ... sottocoperta, ci piaceva pensare che se si viaggiava era anche per merito nostro.
Ci siamo irrobustiti caparbiamente, abbiamo imparato a stimare gli sforzi degli altri, a rispettarci a vicenda, a solidarizzare nelle difficoltà, non ci siamo reputati migliori, si remava, si cullava la barca, si andava ogni giorno verso il sole, ci si scaldava a vicenda senza distinguere troppo tra pecore e capre.
Quelli della mia generazione hanno potuto fare questo perché coltivavano un sogno, trasbordavano con la consapevolezza che il meglio deve ancora venire, i semi di speranza evangelica che possediamo come unica nostra risorsa, meritano e devono essere piantati. Anche noi ora ci rivolgiamo ai giovani, siamo in molti, il popolo sterminato delle stive, siamo il motore e anche se abbiamo permesso ad altri (spesso i peggiori tra noi) di emergere e di condurci laddove non avremmo voluto, non ci siamo ribellati (e come avremmo potuto?!),

perché in fondo sapevamo che questo avrebbe affrettato i tempi. Abbiamo scelto il silenzio, perché il rintocco dell'Ave Maria ci ha aperto all'ascolto che zittisce ogni voce per accogliere la Parola in noi. Se osiamo parlare ora non è per fare proclami ma per renderci presenti a voi, giovani: - Vogliamo essere i vostri interlocutori. Vogliamo conoscere i vostri sogni, farci carico delle vostre speranze, costruire un futuro insieme.
Questo solo vi consegniamo a testimonianza di ciò che abbiamo esperito: - «Dove c'è Dio c'è futuro». «Tutto è in nostro possesso ma noi siamo di Dio».

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