La Luce e l'Agnello, Il ciborio di S. Pietro al Monte di Civate, Lecco

VII Lezione di L. Bono

«Il trono di Dio e dell'Agnello sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, nè di luce di sole perchè il Signore Dio li illuminerà eregneranno nei secoli dei secoli» (Ap. 22,3-5)

L'intero impianto iconografico e iconologico dell'abbazia benedettina di S. Pietro al Monte di Civate, si imposta - a mio parere - sulla tematica giovannea di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, l'Incarnazione del Verbo, all'interno di un cammino di iniziazione cristiana, di via illuminativa, di esodo e di pasqua, dalle tenebre dell'ottundimento della mente alla luce della rivelazione. La domanda di Gesù rivolta ai discepoli: - «Ma voi chi dite che io sia?»; E la conseguente risposta di Simone di Giovanni: - «Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente» (Cfr. Mt. 16,15-19); è l'approdo consapevole alla sorgente d'acqua viva che consente il raduno festoso degli eletti attorno al banchetto di nozze dell'Agnello. Il riconoscimento e la professione solenne comportano una vera e propria trasformazione a partire dal cambiamento del nome: «E io ti dico tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa». La Consegna dei Simboli, che troviamo raffigurata all'esterno, sopra il portale d'ingresso ad Est, come sul frontone Ovest del ciborio, stabilisce la coordinata principale: il rotolo della Parola, della rivelazione, consegnato a Paolo ("strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli", At. 9,12), e le chiavi del potere affidate all'apostolo Pietro ("A te darò le chiavi del regno dei cieli"), attraverso il conferimento della grazia sacramentale. Chi accede alla chiesa può leggere sulla fascia che contorna l'arco della porta d'ingresso: «Comanda a noi, liberati dal peso della colpa d'entrare dalle porte della giustizia dedicate a Pietro e Paolo».

Dunque Pietro e Paolo appaiono come il nuovo Mosè e il nuovo Elia, la Legge e i Profeti che essi rappresentano e che hanno raggiunto il loro definitivo compimento nella persona stessa del Verbo. L'intera iconografia dei luoghi, nella sapiente integrazione e unità dei frammenti, rappresenta "ad arte" (preghiera rappresentata) questa verità che si rende presente, si s-vela e ri-vela, nella divina Liturgia. Sono due - mi pare -i simboli ricorrenti, e tra loro complementari al punto da fondersi in un unico grande significato: Cristo è Luce, Cristo è l'Agnello.

Luce, nella sua duplice accezione, latina e greca, di "illuminazione" e di "manifestazione". EGO SUM LUX, luce che scaccia le tenebre del peccato, dell'errore e della paura, luce che diventa di volta in volta Via, per il cammino, Verità, coscienza e conoscenza, Vita, oltre la morte. Ma anche manifestazione, la luce di Cristo non solo illumina ma rende fotòfori, portatori di luce, figli della luce. Non si dimentichi che le ragioni della fondazione di questa chiesa si devono al vincolo di un voto, pronunciato da Adalgiso, figlio del Re longobardo Desiderio, per ottenere il miracolo di riacquistare la vista.

E, come ci viene riportato negli antichi scritti a testimonianza delle grazie ricevute: "Qui il Signore continuò a dare la guarigione della vista agli occhi e dello spirito a coloro che vi salivano con fede". Agnello, anche qui nella sua duplice valenza di significati e di rimandi. L'agnello è la vittima per l'espiazione, l'offerta sacrificale, il sacrificio cruento, è l'oblazione perfetta perché integra e innocente ma è anche il segno della vittoria, del Salvatore e Redentore. All'interno della basilica lo troviamo rappresentato tre volte, nei tre punti nevralgici dell'intero sviluppo compositivo: nella voltina, appena superato l'ingresso, "La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello" (Ap. 7,10); all'interno della cupola emisferica del ciborio, "La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello" (Ap. 21,23); all'uscita, al centro e sopra l'arco che incornicia l'affresco della lotta dell'arcangelo Michele e i suoi angeli contro le potenze del Male, gli angeli ribelli e il dragone infernale che, in forza del sangue dell'Agnello, verranno sconfitti definitivamente, "Essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell'Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio …" (Ap. 12,11).

Il ciborio nella sua raffinata magniloquenza è il monumento dove più si cristallizza la sapienza ispirata del teologo artista. Come un prezioso castone il ciborio è una valva che identifica il vuoto come presenza assoluta. E non è l'altare, così essenziale nella sua forma (oggi un po' meno - purtroppo -, rivestito con pannelli di rame sbalzato che accennano a simboli cristiani che non reggono il confronto con la complessità di tutto l'apparato "coreografico"), ma è quanto su di esso vi si celebra che rende comprensibile e conferisce significato al luogo. Sulle 4 colonne si impostano i 4 capitelli che sorreggono la volta e i 4 frontoni cuspidati, i quali riportano le 4 scene modellate e incise che rappresentano il rivestimento esterno di questo elemento architettonico, l'interno è costituito dai quattro pennacchi e dalla volta, senza rilievi, affrescati come le voltine dell'ingresso.

Sul frontone a Levante, posto di fronte all'assemblea, abbiamo la scena della Crocifissione, molto simile a quella della cripta, mentre a Ponente, rivolto verso il presbiterio, come è già stato anticipato, troviamo la rappresentazione della Traditio Simboli. I due capitelli su questo lato del ciborio, rappresentano i simboli dei due evangelisti Matteo e Giovanni, rispettivamente l'uomo e l'aquila, umanità e divinità di Gesù, figlio di Maria e figlio di Dio.
I due evangelisti e apostoli iniziano il loro annuncio con due prologhi alquanto differenti. Matteo introduce la «Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo», stabilendo l'identità storica dell'uomo Gesù, appartenente ad una nazione e in diretta discendenza con la stirpe regale. Giovanni esordisce in prima battuta schiudendo ciò che rappresenta la chiave di volta di tutto il suo vangelo: Gesù è Dio! «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Sulla sommità del frontone, la colomba con le ali spiegate, completa simbolicamente l'inquadratura della scena, il richiamo è duplice: al libro di Genesi, con la creazione della luce («Le tenebre coprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: "Sia la luce!".
E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno»), e la narrazione della morte in croce di Gesù nell'atto di emettere un grido (Mt. 27,50), «Tutto è compiuto!» (Gv. 19,30) e rendere al Padre lo spirito. E' forse in questo attimo estremo, il vertice dell'abbandono di Cristo al Padre che si è voluto rappresentare il crocifisso, privo di drammaticità, il corpo è semplicemente adagiato sulla croce, gli occhi spalancati sulla realtà che viene accolta con un abbraccio.
Sui lati, Maria presenta il Figlio e Giovanni custodisce la Parola che gli è stata consegnata. Vicino al viso di Cristo, i due astri, il sole e la luna sono rappresentati con espressioni antropomorfiche di dolore, di grido e di pianto che gli altri personaggi intendono contenere, la mano portata sul viso allude al sonno della ragione che schiude alla contemplazione delle verità rivelate nelle Scritture.

Gli astri perdono il loro splendore e vengono sostituiti dalla Luce vera che è Cristo. L'aureola con i tre raggi porta incise tre lettere L V X, che traduciamo dal latino con luce, ma indicano anche tre numeri romani, 50, 5, 10. Dal punto di vista del Crocifisso i piani verticali che gli stanno di fronte e possono ritenersi in un rapporto di dialogo sono: la lunetta sopra il portale d'ingresso con l'immagine di Abramo, padre di molti popoli, e il grande affresco della lotta finale contro il Satana e l'Anticristo. L'assoluta originalità dell'artista di inserire nell'aureola le tre lettere romane per esprimere un contenuto della nostra fede (luce da luce, Dio vero da Dio vero) ci sorprende ma spinge anche ad andare oltre e a tentare altre piste di lettura. Il 5, lo sappiamo è un numero misterioso e sacro, come 5 sono i libri ispirati (Pentateuco) che contengono la Sapienza rivelata a Israele; 5 le dita degli arti; 5 le piaghe aperte sul corpo di Cristo … Questi numeri, come la tabellina del n° 5, messi in rapporto alla figura di Abramo, non possono non rammentarci il dialogo intercorso con il misterioso personaggio di fronte alle città di Sodoma e Gomorra destinate ad essere distrutte da Dio per i peccati oltraggiosi che ivi si commettevano: «Il grido contro Sodoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere» (Gen. 18,20-21). L'intercessione pressante di Abramo si appella alla giustizia di Dio:

«Forse il giudice della terra non praticherà la giustizia?». La risposta non si fa attendere: «Se troverò cinquanta giusti, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città»;. Dio asseconda le richieste di Abramo: "Forse ne mancheranno cinque"; "Forse là se ne troveranno dieci", a questi appelli a desistere al castigo Dio risponde: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci» (Cfr. Gen. 18,16-32). Di fatto, noi sappiamo che le due città vennero distrutte perché in esse non si era trovato un solo giusto. Ora abbiamo che è Dio stesso a inviare il Santo e il Giusto, nella persona del suo Figlio unigenito, il quale subisce la sorte infamante di essere messo a morte, "annoverato tra i malfattori". Il capovolgimento operato da Dio nel piano salvifico di consegnarsi nelle mani degli uomini stabilisce uno scarto inaudito tra Antico e Nuovo testamento: peccato, condanna, castigo e sacrificio espiatorio sono superati dalla legge dell'amore. L'uomo, uomo religioso e uomo politico, è sottoposto alla Luce vera, della parola del Verbo e dello Spirito che infiamma e fa convergere all'unità, ma svela anche le contraddizioni che albergano nel cuore: la falsità, l'infedeltà, la passiva connivenza tra bene e male. Gesù viene condannato dal Sinedrio giudaico per blasfemia e trasgressione alla Legge e dal tribunale romano per tradimento e sobillazione.
Due profezie come lampi nelle tenebre del male ormai coalizzato per la congiura attraversano i processi, quella pronunciata dal Sommo sacerdote Caifa: «Meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera". Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv. 11,50-52); e quella della moglie di Pilato: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno per causa sua» (Mt. 27,19), ma nulla, neppure il malfermo tentativo di Pilato di sostituire Gesù con un assassino, Barabba, impedirà che il sacrificio perfetto si compia. Questa è la luce nuova dell'annuncio che diventa atto estremo di infinita misericordia: il sangue dell'agnello pasquale versato sugli stipiti delle case che allontanava i flagelli dell'angelo sterminatore, prefigurava il sangue del Crocifisso versato sul legno della croce, il male è vinto e ogni anima può essere presentata al cospetto del Padre, a quella visio Dei, preclusa all'uomo dell'Antico Testamento.
Nel grande affresco della parete di fondo verso l'uscita che illustra il cap.12 dell'Apocalisse viene rappresentata in modo allusivo e simbolico la lotta tra il bene e il male, il dragone rosso, il serpente antico, viene vinto dalle potenze del cielo con l'intervento dell'arcangelo Michele, il cui nome tradotto significa "Chi è uguale a Dio?". Il Satana si erge a sfidare Dio, a contrastare il suo disegno di redenzione sugli uomini; la lotta che ingaggia è contro il popolo eletto, contro la Chiesa e i Santi, coloro che «sono in possesso della testimonianza di Gesù»; (Ap. 12,17).
Egli è l'Avversario, l'Accusatore, il Rovesciato, il Divisore, il Menzognero, è l'angelo ribelle, Lucifèra, bestia di luce, foriero non della Luce vera ma di quella "ferina", maligna e oscura che seduce l'uomo, lo perverte annichilendo l'anima, spegnendo lo spirito, estinguendo ogni speranza di riscatto della vita. L'arma con cui Michele sconfigge la sua forza è la croce, velata da un mandilión che reca il segno della vittoria.

Per questo come si accennava all'inizio la coordinata principale su cui si struttura il programma iconografico di S. Pietro (che intercetta le scene principali sull'asse centrale longitudinale della basilica, ingresso verso abside), non può essere che la consegna dei Simboli, e del simbolo per eccellenza: il Credo apostolico e l'aderenza alla Croce di Cristo, mistero di morte e risurrezione. Il rifiuto della Croce rende invalidante la stessa professione di fede, tanto da meritare il rimprovero di Gesù a Pietro: «Lungi da me, Satana!

Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt. 16,23). Vi è ancora un passo del Vangelo di Giovanni che chiarisce lo stretto rapporto dei due simboli Luce e Agnello, lo troviamo nel cap. 12 (vs. 32-36), sezione centrale del vangelo [significativo in Matteo nello stesso capitolo (Mt. 12, 18-21) è trovare l'inclusione della citazione del canto del Servo di JHWH (Is. 42,1-4)], alla domanda rivolta a Gesù dalla folla: - «Come tu dici che il Figlio dell'uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell'uomo?»; Gesù risponde indirettamente, non si tratta di chiarire chi Egli sia, ma piuttosto cosa comporta per noi che Egli sia: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nelle luce, per diventare figli della luce». Gesù afferma e conferma di essere la Luce.
Abbiamo visto come il nostro artista teologo abbia colto questa verità profonda, non si è limitato a descrivere un nimbo di luce con la croce tracciata al suo centro ma vi ha apposto le tre lettere latine L V X. Forzando la nostra lettura dell'immagine possiamo supporre che il quarto braccio della croce sia nascosto dal corpo in primo piano, possiamo considerare la possibilità di completarlo partendo anche dalla duplice lettura di un codice alfabetico e numerico.
L'aggiunta di X V ci permette di congetturare un significato più ampio, contando anche sulla disposizione delle lettere/numeri, ecco lo schema: seguendo un movimento rotatorio orario che parte dal basso e congiunge le lettere formando un pentagono possiamo leggere VX LUX da intendere come precipuo della luce, fecondato dalla luce, fertile di luce … Partendo dall'alto sulla medesima rotazione abbiamo LVXVX, lussato, posto di traverso, eccesso, lusso, lussuria … Questa ulteriore aggiunta può completare significati e contenuti rendendo più suggestivo il percorso fin qui compiuto. Ci invita a cogliere ulteriori sfumature dice, o meglio, allude, al non detto: ciò che è, e il suo contrario: ciò che non è. Gesù, il Crocifisso e Risorto Signore, "luce da luce, Dio vero da Dio vero, è generato non creato, della stessa sostanza del Padre", fecondato dalla Luce, reso fertile di Luce.

Il nostro dna spirituale, lo Spirito santo conferitoci nel Battesimo, è lo stesso Spirito di Gesù che è lo Spirito del Padre e del Figlio. Siamo esseri di luce, fecondati e resi a nostra volta fertili di luce perché destinati alla Luce eterna, Luce trinitaria. Innestati nel corpo della Chiesa pietrina siamo gli stessi raggi di luce che si dipartono dall'Agnello, immolato e vittorioso, come sono le stesse anime sante ammesse al cospetto di Dio, crocifisse dall'Amore e rese vittoriose dall'Amore del Crocifisso. E' la rappresentazione che troviamo nella voltina del ciborio che illustra Ap. 22,3-5: «E non vi sarà più maledizione. Il trono di Dio e dell'Agnello sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli». Il destino di gloria che ci appartiene è riposto nel cuore della SS Trinità, la nostra anima è presentata ogni giorno al cospetto del Padre della Luce perché a Lui apparteniamo. E' significativo il fatto che col tempo la faccia di Dio, della parete di contro facciata affrescata con angeli che lottano contro il drago infernale, si sia abrasa e abbia lasciato il posto ad un cerchio vuoto, senza tracce di pigmento. Le cause possono essere di diversa natura: una preparazione non accurata prima dell'intervento pittorico (improbabile!), l'uso improprio di qualche ossido o minerale, l'esecuzione plastica del viso con uso di stucco sgretolatosi nel tempo, uno strappo non documentato … altro …

Rimane la costatazione che quell'assenza è divenuta parte integrante dell'iconografia e trova significato nella risposta di Gesù alla domanda del discepolo Filippo: - «Signore, mostraci il Padre e ci basta! Gli rispose Gesù: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto? Chi ha visto me ha visto il Padre.
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?»(Gv. 14,8-9). A noi, figli della Luce, ora spetta il passaggio ulteriore, a chi domandasse conto della nostra fede compulsandoci con domande come quella dell'apostolo Filippo, potremmo rispondere oggi con le stesse parole di Gesù: - Chi vede me vede Gesù, tu non credi che io sono in Lui e Lui è in me?? Eppure S. Paolo già esortava i cristiani della comunità di Corinto ad essere forti nella speranza e franchi nel comportamento: «E noi tutti - scriveva - a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore» (2 Cor. 3,18).
Ci siano dati occhi, mente e cuore per inabissarci in questo luminoso mistero affinchè si trasformi in un mi-ni-stero di illuminazione e manifestazione della grazia operante dello Spirito del Risorto.

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