«Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori. » (Ap. 19,16)

VI Lezione di L. Bono

(...) Vi è un'opera significativa che può completare il nostro cammino di discesa nelle profondità dell'abisso, squarciate dalla potenza dell'Amore che salva, è un'opera (220 h x 262 b) che si trova al Museo del Prado, del pittore fiammingo Roger Van der Weyden, dal titolo La Deposizione che, tradotto in spagnolo, EL DESCENDIMIENTOassume una connotazione con una valenza intrinsecamente teologica. Questa pittura ad olio su tavola (1433-1435), ribadisce un concetto già appreso: Gesù non cessa di discendere, ha cercato per sé la condizione più bassa.

El descendimiento, di Roger Van der Weyden, 1433-1435

Come sembra indicare quest'opera, lo stesso patibolo occupa un posto troppo elevato, occorre affrettarsi a rimuovere quel corpo che anche da mort disturba, inquieta. Dal punto più alto del dipinto, che ha la forma di un tau rovesciato, come anche la stessa croce ha forma di un tau (sappiamo che è l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico e, simbolicamente, rappresentava il compimento dell'intera Parola rivelata di Dio) il ragazzo appoggiato alla croce mentre con una mano sorregge il braccio di Gesù che ha appena schiodato, con l'altra si affretta a rimuovere l'iscrizione della condanna, il "titulus", altrettanto imbarazzante, insieme al cadavere che deve essere fatto sparire. Sul cartello non troviamo le iniziali della scritta latina Jesus Nazarenus Rex Judeorum , ma le lettere greche Y, U, X, P, che possiamo tradurre con Il Signore (PX),

(inteso come il re, l'unto) di Giuda (YU), oppure, Il Cristo (l'unto) Gesù (nella contrazione del nome aramaico YehoshUa). La catena umana in discesa passa dal titulus al corpo di Gesù e, con una traslazione su un'obliqua parallela, da questo al corpo della Madre e, infine, al teschio di Adamo, il quale dalla posizione delle orbite ci obbliga ad una inversione di lettura: da Maria a Gesù, su fino alla scritta: Costui è il Re, è il Signore..: è Dio.
La Madonna è rappresentata non tanto come se fosse svenuta (con i sintomi tipici di una sincope) ma come assalita da un dolore improvviso e insostenibile che la fa piegare su un lato, al punto che Giovanni è costretto a fare un salto per sorreggerla (ha ancora un piede alzato da terra) e Nicodemo si trova sul punto di scavalcarla. Maria si accascia e con un braccio ancora irrigidito sembra indicare il punto del dolore. Si trattiene l'anca, è il punto dell'articolazione del femore, lo stesso femore - non ci sfugga il particolare - che viene messo in mostra, in primo piano, vicino alla targa dell'opera.

Anche tre dei personaggi presenti nel dipinto, concepito come una sacra rappresentazione per il realismo quasi scultoreo delle figure, sembrano orientare lo sguardo verso quel punto: Giovanni, a sinistra; Nicodemo, al centro e la Maddalena sulla destra. Tre personaggi che l'artista riveste integralmente o parzialmente di colore rosso.
Che cosa significa questo? Tentiamo una lettura. La storia d'Israele come popolo dell'alleanza, è iniziata con Abramo e con il figlio della promessa, Isacco, ma è con Giacobbe e con i suoi dodici figli

che si costituisce come tribù, popolo e nazione. Giacobbe aveva lottato una notte intera con l'angelo di Dio e questi non riuscendo a vincerlo lo aveva colpito all'articolazione del femore slogandolo. Giacobbe non si era dato per vinto e, continuando a lottare aveva chiesto la benedizione. E' in questo avvenimento, cruciale e misterioso, che Giacobbe riceve un nome nuovo: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (Gen. 32,23-33).

Anche Maria sotto la croce, in questa lotta con Dio e con gli uomini, riceve un nuovo battesimo; ella diviene la Madre di tutti i credenti: «Stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che lo ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» .

Dunque, tutti noi, insieme, siamo stati tratti dalle tenebre dell'oscurità e della morte a cui eravamo destinati insieme ai progenitori e ora trascinati verso la luce che non conoscerà tramonto, quella della risurrezione nel Risorto. Ora possiamo contemplare con gli occhi della fede quanto ha potuto vedere e descrivere Giovanni nell'Apocalisse:«Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava "Fedele" e "Verace": egli giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all'infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio. (...) Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori» (Ap. 19,11-16). In questa visione enigmatica si parla contemporaneamente di un "nome che nessuno conosce all'infuori di chi lo porta" eppure Giovanni, il discepolo che ha ricevuto la rivelazione, non risparmia i titoli: "… Si chiamava «Fedele» e «Verace» e poi aggiunge: "Il suo nome è Verbo di Dio", e ancora: "porta scritto un nome "Re dei re e Signore dei signori".
La croce, vediamo bene, rappresenta non solo il patibolo e l'atto estremo di annichilimento del Verbo ma è anche la sua ultima declinazione che ha comportato una nuova comprensione dell'amore divino come Amore crocifisso. Solo ai piedi della croce la nuova generazione dei redenti si riconosce come Chiesa, sua sposa, corpo mistico di Cristo.

Nessuno come parte di un Tutto può conoscere il Nome se non il Tutto che le parti tra loro saldamente compaginate vanno formando, nella storia e nel tempo, fino alla pienezza e al compimento definitivo. Ci riconosciamo Chiesa quando sotto questa croce sappiamo, come esortava l'Apostolo, far nostri gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, «il quale umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre» (Fil. 2,6-11). Quel cartello che vergognosamente tendiamo rimuovere dalla nostra vista si rivela la verità più profonda da accogliere e da testimoniare con la nostra stessa esistenza.

Tra luce e tenebra, scandalo e stoltezza, lì IL VOLGERSI DELLA CROCE, ma già lo sapevamo: «Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» . Gesù non usa mai mezzi termini e mezze misure, il nostro senso di appartenenza a Lui sta nell'abbracciare questa logica, afferrabile solo nella misura della nostra fede. «I cristiani (esortava Mons. Tonino Bello) si devono muovere tra due elementi di costante purificazione, la cenere e l'acqua, la cenere sul capo in segno di penitenza e richiesta continua di perdono, l'acqua sui piedi per il servizio generoso e caritatevole da rendere ai fratelli, lavando loro i piedi». Sull'indicazione del nostro unico Maestro: «Come ho fatto io, così fate anche voi. Io, non sono forse in mezzo a voi come colui che serve?»

 

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