«Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera» (Mc. 9,29)

V Lezione di L. Bono

Il povero pescatore, di Pierre Puvis de Chavannes, 1881, metafora pensosa della rassegnazione, quella più alienante, di una condizione che è la resa di fronte al declino imposto dalla miseria.
E’ il caso in cui è lecito affermare che la miseria rende “miserabili”, induce cioè alla commiserazione. Non è sempre così.

Il povero pescatore, di Pierre Puvis de Chavannes, 1881

Qui l’artista implicitamente ne fa una denuncia che è insieme un’autodenuncia, ripetuta e riproposta da Georges Pierre Seurat che “cita a memoria” l’oramai famoso dipinto di Puvis de Chavannes. Il boia annoda attorno al collo della sua vittima il capestro della rassegnazione mentre rende spettatori passivi e testimoni impotenti coloro che assistono alla resa.
E’ lo squallido congedo di fronte al fallimento, alla disfatta dell’uomo in quanto tale, è il sequestro coatto della dignità che rende tutti più fragili, più soli, più inutili, meno umani.
Inutili sono gli strumenti del pescatore, la barca e i remi, l’asta e il coppo, inutili le braccia e le mani, inutile la sua giovane età, inutili le strilla e il riso dei bambini sulla riva ...

L’inerzia che sembra attanagliare il corpo è tutta nel gesto di incrociarvi sopra le braccia, di chiudere gli occhi su una realtà attonita, bloccata su un istante immutabile.
Desolante è l’imbarcazione trattenuta in prossimità della sponda da una fune inverosimilmente corta; desolante è il bacino di acqua senza vita, nessun movimento né alito di vento ne increspa la superficie, opaca come una lastra di marmo, come una colata di cemento.
Al cielo è preclusa la possibilità di un riflesso, per il resto: il sole è alto ma non per illuminare uno spazio che ha ingoiato il suo tempo. La barca non salperà dalla riva e neppure il coppo verrà issato nella barca che è divenuta insieme la bara e la tomba del povero pescatore. L’adulto non guarda i bambini come i bambini non guardano la figura che volge loro le spalle, eppure la vita sta tutta di qui. Tanto è la fissità dell’uomo, tanto è il dinamismo che sprigionano le esili figure dei bambini; nel movimento convulso dell’infante che si divincola per liberarsi dalla coperta rossa (unico sprazzo di colore concesso dall’austera tavolozza) e volgersi verso la sorella, intenta a raccogliere fiori insieme ai legni per il fuoco. Si, perché loro, i bambini, hanno tempo.
Il tempo per giocare, il tempo per inventare, per sognare, per desiderare, per correre ... per vivere. Se così non fosse: - Perché procacciarsi la legna per la stufa? - Perché cogliere fiori per adornare il desco? - Perché attendere un padre? - Perché aspettarsi un abbraccio, uno sguardo, una parola? ... I bambini possiedono il tempo perché abitano il futuro che agognano, mentre rimangono ignari del passato che li ha consegnati.

Il loro è un imprinting alla rovescia, non semplicemente l’istinto della sopravvivenza li spinge in avanti, perché questa al più mira alla conservazione; essi sono potenzialmente esseri-in-divenire, programmati su dei desideri latenti i quali, tanto più sono sconosciuti e inesprimibili, quanto più risultano capaci di generare energia propulsiva che sprigiona risorse inimmaginabili.
Al contrario il povero pescatore sembra aver contratto la stessa malattia del “Re Pescatore”, di cui si legge nella Leggenda di Parsifal. Al Re, detentore del segreto del Graal, era subentrata una sorta di amnesia, oblio di sé e di ciò che gli stava attorno, e tutto cadeva in rovina.

Nessuno riusciva a curare il re, solo un cavaliere, Parsifal, sconosciuto e misterioso aveva avuto il coraggio di affrontarlo e senza preamboli gli aveva chiesto: - Dov’è il Graal? Questa domanda, questa interpellazione inaspettata, aveva avuto la forza di rompere l’incantesimo. In quel medesimo istante tutto si era trasformato: il re acquistava vigore, l’acqua riprendeva a scorrere, tutto si ricomponeva e restaurava.
Quella domanda centrale che costituiva l’unica questione che poteva interessare non soltanto il re ma l’intero cosmo, aveva ristabilito un ordine, aveva restituito un senso, aveva mosso una leva che nessuno più pensava di azionare. - Dov’è, dunque, questo Graal? - E cos’è mai questo calice che, forse, tutti desidererebbero possedere ma di cui sembra essersene persa la memoria? «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita», sono le parole del Salmo 15.
Non è forse il calice dell’eterna alleanza sancita una volta per tutte da Dio con l’umanità intera (Cfr. Lc. 22,20; 1 Cor. 11,25). Dio si è compromesso con l’uomo, con ogni uomo, che ha benedetto nella sua condizione di schiavo o di libero.
La benedizione di Dio è sempre per la vita, per la fertilità e la fecondità. E’ come acqua che scende sulla terra riarsa capace di mutare l’intero paesaggio: “Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra (…) così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata” (Isaia 55,10-11). Così è stato per Noé: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la faccia della terra” (Gen. 9,1); per Abramo: “Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto” (Gen. 17,2); per Agar, l’egiziana: “Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione” (Gen. 21,18). Su, su fino al dono grande, lo Spirito santo, lo Spirito stesso di Dio e la missione universale della Chiesa (Mt. 28,18-20).
L’aver estromesso Dio dall’orizzonte del possibile porta ad un appiattimento esistenziale, di conoscenza e di esperienza che conduce ad una assuefazione passiva del relativismo, da una parte quello più amorfo e flaccido che avrebbe reso obsoleti gli indicatori e i parametri di riferimento e, dall’altra parte, quello più ibrido camuffato di razionalismo bastardo e sterile. Come ricorda saggiamente il Catechismo della Chiesa Cattolica, cap. 1,27: «Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa. La ragione più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio».
In fondo il pescatore è povero non perché risulta privo dei mezzi di sostentamento ma perché agonizza nella sua vedovanza o orfananza di Dio.
Gli orizzonti si sono accorciati e alla miopia spirituale sopraggiunge presto l’atarassia cardiaca: l’impossibilità di provare emozioni, l’incapacità di trasmettere sentimenti e affetti. E’ il demone muto e sordo che dilania ogni tentativo di riscatto della vita precipitandola nella più cupa rassegnazione ad una non-esistenza. Nel regno del calcolo, dell’automatismo indotto, delle compulsioni subliminali, non rimane spazio per l’accadimento, per l’irruzione del trascendente. Nel fluido mondo mitologico del virtuale nulla vi è di più “virtuoso” della finzione, capace di stimolare emozioni sintetiche, fermenti di vuoto che inducono all’alienazione dal reale, all’anestesia del contingente, sempre meno tragico e sempre più denaturato. Il demone muto e sordo dell’a-pathos e della rassegnazione, come spiegava Gesù ai suoi discepoli "si vince solo con la preghiera e il digiuno" (cfr. Mc. 9,25).
In questa ormai prossima Quaresima, lasciamoci condurre dallo Spirito nel deserto, nelle lande spesso aride e desolate di noi stessi, affrontiamo e vinciamo la triplice tentazione satanica con le stesse armi usate da Gesù (Mc. 4,1-11): - La brama di volere, con la Parola di Dio: «Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» - La brama di potere, con il Timore di Dio: «Sta scritto anche: “Non tentare il Signore Dio tuo» - La brama di essere, con il riconoscimento del primato che spetta solo a Dio nella nostra vita: «Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto». La conquista della libertà autentica è sempre la vittoria sul dominio dispotico del proprio ego e, di conseguenza, per riflesso, del rispetto e della tutela della libertà altrui. Solo in questo scavo purgativo a tre direzioni le fondazioni di una casa non giacciono sull’instabilità della sabbia ma sulla Roccia solida della fede, ancorata all’eternità di Dio.

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