Vero Dio e vero uomo, L'Adorazione dei Magi

"Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo". (Mt.2,2).
"...E il governatore l'interrogò dicendo: "Sei tu il re dei Giudei?". Gesù rispose "Tu lo dici" (Mt. 27,11).

IV Lezione di L. Bono

Mai come nell'Epifania del Signore la professione della nostra fede (nella recita del Credo, ad es.), deve essere solenne, convinta, corale e concorde: una sola voce, un unico cuore. «Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio..: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero.

e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo». Dunque: vero Dio e vero uomo. Tutto il Vangelo di Matteo, l'unico evangelista che riporta la vicenda dei Magi (una storia nella Storia), si muove sul crinale di questa inaudita notizia. E' il PREFAZIO della Liturgia odierna che con parole e termini a noi comprensibili cerca di spiegare ciò che in realtà è inconcepibile, ineffabile, puro mistero: «Oggi in Cristo, luce del mondo, tu - Padre santo - hai rivelato ai popoli l'ineffabile mistero della salvezza e in lui, apparso nella nostra carne mortale, ci hai rinnovato nella manifestazione della sua gloria divina...». Davvero questo mistero ha una portata enorme e decisiva per ciascuno, in esso vi è la possibilità di essere "rinnovati" ed elevati al rango di creature divine, figli nel Figlio Unigenito del Padre. Come esortava l'Apostolo: «E' apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l'empietà ..., nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità»(Tt. 2,11-3,2). Lo avevano compreso bene i nostri fratelli cristiani dei primi secoli. Su un reperto rinvenuto nelle catacombe romane del III sec., una incisione riporta la scritta: Severa in Deo vivas, "Severa (il nome della defunta) vive in Dio".

Vive in Dio questa nobile matrona romana poiché, come i Magi hanno riconosciuto nell'infante della greppia di Betlemme il Re dei re, tributandogli doni che spettano solo ai sovrani, ritenuti come delle divinità, così ella riconoscendo la duplice natura di Gesù Cristo, uomo e Dio (come mostra la sua immagine con la mano destra che indica il numero due mentre con la sinistra stringe al cuore il rotolo della parola rivelata) è assunta dallo stesso Verbo in cui ha creduto: - «Chi vive e crede in me non morirà in eterno» (cfr. Gv. cap.11). Non a caso è proprio il giorno dell'Epifania che, nella Liturgia della Parola, si dà l'annuncio della data del giorno di Pasqua dell'anno corrente.
L'iconografia dell' Adorazione dei Magi è abbastanza ricorrente nella storia dell'arte, spesse volte il tema dava la possibilità ai munifici committenti di farsi ritrarre, se non proprio nelle vesti dei Santi Magi, almeno in prossimità di essi, a dimostrazione che non solo gli umili e i poveri pastori adorano il Bambinello ma anche gli uomini di buona volontà (Lc 2,14).

Solo per certi versi Leonardo da Vinci si discosta da questa impostazione ormai desueta e ne trae occasione per apporvi la sua idea, una sua particolare veduta. Essendo uomo di fervida intelligenza non possiamo sottrarci all'analisi del suo celebre e incompiuto dipinto, datato 1481-82, opera di notevoli dimensioni 243x264, commissionata come pala d'altare dai monaci di San Donato in Scopeto.

L'interesse psicologico per ogni personaggio qui ritratto è quanto può stupire ad una prima e superficiale visione d'insieme. Tutto interessa al maestro, la postura come le espressioni dei visi, l'impianto compositivo come quello prospettico, siamo comunque ben lontani nelle intenzioni di lasciare il proprio credo religioso a testimonianza di una fede vissuta e partecipata.
Leonardo in un certo senso entra da scettico, da dubbioso "devoto" in questa opera e, forse, lo possiamo scorgere nella figura di S. Giuseppe

sul lato sinistro della scena, assorto e schivo, estraneo al vorticoso interrogarsi delle figure che sembrano invece interpellare proprio lui. Se, sul lato destro dell'opera, la figura di un giovane spinge ad entrare, quella dell'anziano che gli sta di fronte oppone un punto fermo e di arresto, come del resto la stessa verticalità dei due alberi svettanti che occupano la parte alta e centrale della scena.
Elementi di indubbio significato simbolico: l'alloro segno della gloria e simbolo di vittoria e la palma che rimanda al martirio. L'alloro è ben impiantato sulla roccia attorno alla quale in un ampio semicerchio ruotano i diversi personaggi, al centro la Madonna che sorregge il bambino Gesù sporto in avanti per prendere il prezioso vaso contenente la mirra, l'olio con il quale si imbalsamavano i morti. I tre magi sono racchiusi in un mistico triangolo il quale comprende, in primo piano, la figura di una donna dai lunghi capelli, forse la Maddalena o Maria di Betania. Questa donna contempla la scena, sopraffatta da un presagio o da una locuzione interiore che le comunica ciò di cui ella stessa diverrà segno e profezia: «Quell'unguento si conservi per la mia sepoltura» (cfr. Mt.26,12).

All'esterno del mistico triangolo l'intero quadro si divide in due: sulla destra coloro che credono, pur senza comprendere e, sul lato sinistro, coloro che non credono, pur vedendo la testimonianza resa dai santi. Il maestro sembra dividere nettamente la questione, l'interpellazione della coscienza sulle verità della fede cristiana: non ci può essere né commistione né compromesso: aut aut. Il punto di convergenza è insieme il punto estremo del massimo respingimento e rifiuto: due braccia bloccano il fluire delle emozioni, i personaggi sulla sinistra non contemplano il mistero ma si consultano a vicenda, vi è la ribellione, ne scaturisce la repulsa,

l'irrisione, la paura, l'indifferenza, il pessimismo che conduce al languore, al ripiego, è il dubbio della ragione che avanza. Nella parte alta, esterna al semicerchio, al di sopra di coloro che non hanno riconosciuto e accolto la manifestazione del Verbo, rimangono le rovine del tempio, un rudere senza copertura, che si spalanca direttamente sul cielo a dimostrazione che la gloria di Dio non si lascia contenere e governare dai progetti degli uomini ma sono questi, semmai, che si debbono aprire e conformarsi alle istanze di Dio. Come insegnavano i patriarchi, come indicavano le sibille, come annunciavano i profeti, qui rappresentati. Ma anche nella parte destra, al di sopra di coloro che hanno creduto vige ancora la violenza, la guerra, le rivalità che portano alla persecuzione, all'oppressione, alla soppressione della parte inferiore e debole. E qui si ferma forse la riflessione del grande Leonardo, come è rimasta sospesa e incompiuta la sua opera, quasi a dire: - Ci sarà mai una risposta alla sofferenza, all'ingiustizia? Dov'è mail il regno di giustizia e di pace promesso che avrebbe istaurato con la sua venuta il salvatore di tutte le genti? A ben guardare questo bambino non ha cambiato il corso della storia. Non sono bastati quarant'anni nel deserto, i miracoli e portenti di Dio per il suo popolo, liberato "con mano potente e braccio teso" dalla dura schiavitù del faraone d'Egitto, per cambiare il cuore e la mentalità d'Israele, il popolo dell'alleanza.

Non basteranno neppure i miracoli, l'inveramento delle antiche profezie, l'incarnazione del Verbo in sostituzione della dura Legge scolpita nell'altrettanto granitica pietra per muovere a conversione, per condurre alla retta comprensione della "natura" del Dio vivo e vero. Dio è Amore. Amore che in ogni momento corre il rischio di non essere condiviso, addirittura rifiutato e annientato. «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Sì, perché solo l'amore può produrre i veri cambiamenti, condurre dalla morte alla vita e dalla vita all'eternità in Dio: in Deo vivas.

Occorre un cammino, una stella che guidi e illumini l'intelligenza della mente e che apra il cuore alla conoscenza vera delle Scritture: «La tua luce dall'alto o Dio, ci guidi in ogni passo della vita e ci doni di penetrare con sguardo puro e con cuore libero il mistero cui ci hai reso partecipi» (Orazione dopo la Comunione).
Tra l'ecce Deo, così come i Magi hanno saputo riconoscerlo nel neonato, indifeso e dipendente da tutto, e l'ecce homo (Gv.19,5), come Pilato lo ha indicato nell'uomo fustigato, rivestito di porpora, con una corona di spine sul capo e una canna tra le mani, vi è tutto il mistero di un amore folle consegnato all'uomo. E'il dono grande, l'unico bene necessario, consegnato inerme, dipendente dalla libertà di ogni uomo.

Qui il pensiero di Leonardo si arresta poiché procedere significa entrare nello spessore della croce: «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1Cor. 1,23). Significa crocifiggere la ragione e il calcolo, significa trangugiare fiele e aceto, significa lasciarsi squarciare il cuore fino al versamento dell'ultima stilla di sangue.
Significa, in fine, riconoscere che proprio in questo annichilimento, che è atto di offerta, vi è il compimento della creazione vera: «Tutto è compiuto!» (Gv. 19,30); il velo del tempio squarciato, lo Spirito emesso, partorito, consegnato: figli nel Figlio, luce per le nazioni, sale della terra, fermento di vita, fuoco purificatore, acqua di benedizione, segno di contraddizione, semi di pace e di speranza.
Di noi si possa scrivere su una lapide, a testimonianza per i posteri: …. in Deo vivas.

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