"Ecco il Signore cavalca una nube leggera ed entra in Egitto" (Is. 19,2)

III Lezione di L.Bono

IL CALICE E LA TORRE, un'Icona per il Natale?

Pensare ad un'icona del Natale significa andare con la memoria a certi stereotipi che, per accumulo si sono alternati e riproposti nella storia dell'arte come nella nostra storia personale. Tentare di dire qualcosa di più o di diverso è un'impresa che interessa più i preti che si trovano ogni anno, verosimilmente, nel fare i conti con le chiese assiepate dai fedeli devoti della pia tradizione della Messa di mezzanotte. Ciò che mi interessa è andare oltre e valutare la portata di significato e di ciò che rimane significante, nel segno grande ("la vergine concepirà e partorirà .... il Dio con noi") promesso ai profeti e poi realizzato con l'Incarnazione del Verbo nella Santissima vergine Maria.
Lo faccio allora ribaltando il punto di vista, provando a considerare il rovescio di ciò che questo evento ha rappresentato e continua a rappresentare per la storia dell'umanità.
Si parla tanto dell'umiltà, della riserbatezza di Maria e di Giuseppe, del loro essere servitori della Parola. Si parla del loro silenzio, della loro povertà che è essenzialità di porsi, del concepire e dell'agire di fronte agli eventi, ordinari o straordinari.

Sono poveri perché considerano che nulla possa appartenere a loro. Maria non appartiene a Giuseppe, e il figlio di Maria, Gesù, non appartiene alla madre. In questa umile e reciproca sottomissione va inteso il Natale del Signore e tutto il Mistero dell'Incarnazione: servire e dare la vita, cioè l'essenza dell'Amore che ha annichilito la sua Gloria per prendere su di sé la fragile condizione umana (cfr. Fil. 2,6-11). Così ragiona Dio, così Lui agisce, così educa all'amore. L'essenzialità, la leggerezza, la semplicità, la discrezione, il silenzio, il nascondimento, l'umiltà, la povertà, la carità, sono attributi riferibili al modo di agire e di rivelarsi di Dio. Questa indicazione forte che ha segnato una demarcazione tra Vecchio e Nuovo Testamento risulta non più, e non solo, scritta come parola ispirata o come comando inciso sulla pietra (a simboleggiare l'indurimento del cuore d'Israele), ma è divenuta parola incarnata nella persona di Gesù Cristo.

La Sapienza ha intagliato le sue sette colonne e si è costruita una casa, ha trovato una sua degna dimora nella più alta, poiché più umile creatura, in Maria, Colei che fra tutte ha saputo fare spazio, creare un vuoto per accogliere la Grazia di cui è stata resa colma. In questo calice traslucido, solo apparentemente fragile, è stata riversata la grazia, la potenza dell'Altissimo che scende su di lei come ombra. Maria è calice perché capace di accogliere lo Spirito Santo che la rende feconda ed è calice perché ciò che Ella può contenere è solo per essere offerto. Partendo da questa immagine evanescente, dove i contorni si fondono senza confondersi, si perdono ma per ritrovarsi in un Tutto capace di originare senso

in quanto senso gravido della stessa Origine del Tutto, è facile rappresentarsi il suo esatto contrario, e lo trovo in quel famoso dipinto di Peter Bruegel, La grande torre di Babele (1563).
Un quadro inquietante sotto diversi aspetti. La visione lucida e spietata dell'artista non trascura il più minuzioso dei dettagli pur di metterci di fronte a un apparato estremamente complesso dove l'occhio si perde, la dovizia dei particolari è al colmo della saturazione, tutto è estremamente evidente, un effetto in 3D che si affranca alla memoria, qualcosa di già visto, già conosciuto: ... tutto ciò è reale, anzi indubbiamente è più vero del vero. Al centro vi è la macchinosa costruzione della torre, simbolo del potere di un regno definito e separato nei suoi confini dai muraglioni: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra" (Gen. 11,1-9).

L'obiettivo è la non dispersione del popolo, la soluzione che persegue lo scopo è darsi una qualifica di notorietà, capace di destare al contempo ammirazione e timore, venerazione e paura. Darsi un nome significa ostentare una visibilità frutto di ingegno e di perizia tecnica, lo spirito animatore è il cinismo che sfrutta il sottile gioco di scambio tra essere e parere. Al cinico nulla importa delle ragioni e della verità dell'essere, tutto imposta sull'apparire, sulla finzione, capace di propinare valori fittizi e compiacimenti illusori.
Il fine è sempre il potere, il dominio, la forza, l'imposizione; il mezzo: le persone ridotte ad una

massa anonima di individui, alienati spiritualmente e moralmente, termiti che si riconoscono nella loro aggregazione attorno al loro mito: la torre termitaio, come simbolo che li rappresenta come popolo e il re, che incarna idealmente tutte le facoltà portate a perfezione.
Per questo: se la bramosia e l'avidità vengono compensate nell'innalzamento della torre, le paure e le deficienze sono esorcizzate nella figura del sovrano verso cui rivolgere la venerazione e la sudditanza in segno di dipendenza. E' questo il significato del "parlare una sola lingua e avere le stesse parole" (Gen. 11,1). Riporto un breve commento di Giuseppe Sala tratto da IL LIBRO DELLE ORIGINI, l'annuncio biblico nello splendore dell'arte, Ed. Dehoniane 2002, si legge a pag. 63: "Ma, più profondamente, espressione dell'univoco è la lingua. Non ci sono più lingue diverse, non più progetti diversi: tutti sono la mano dell'uno, il re. (...) Nessuna festa. Per ora, nessuna distrazione. L'unico gesto non lavorativo concesso è l'adorazione del re. (...) Nel regno del calcolo, della sopravvivenza ad ogni costo (a costo pure della libertà) non si cammina leggeri. Non si balla, non si parla. Non si parla: perché una lingua che non ne incrocia un'altra diventa una macchina che squadra pietre, ma non produce senso". Una vita svuotata di senso,

un progetto non supportato da una ricerca ontologica capace di spezzare le angustie del solo profitto e di una ragione dispotica, producono inutili rottami, macerie imponenti che incrementano l'entropia e il divario tra ciò che non-è ma invade, sovrasta e s'impone e tra ciò che è, apparentemente sottile, essenziale, che è come-se-non-fosse. Il calice o la torre. Il primo come accoglienza e sacrificio, il secondo come affermazione e autocelebrazione.

L'uomo tende a fare cose, Dio a intrecciare relazioni. Quando il re Davide decide di costruire un tempio al Signore per riporvi l'arca santa che stava sotto la tenda, Dio glielo impedisce: "Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? (...) Sono stato io a prenderti dai pascoli perché tu fossi capo d'Israele mio popolo. Sono stato con te, distruggerò tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande. Fisserò un luogo a Israele e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più agitato e oppresso come in passato.
Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Assicurerò la tua discendenza e renderò stabile il suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio" (2 Sam. 7,1-17). La tentazione è sempre quella di dirigere il corso della storia invece che discernere i segni della Presenza di Dio in essa. Anche il santo re Davide preso da un fervore ardente per il suo Dio intende in qualche modo pagare l'onere della sua riconoscenza è a questo punto che Dio gli rivela che il Suo progetto è incommensurabile rispetto alla portata di un desiderio umano. Dio non si occupa di case o di cose ma stabilisce per Davide un casato, una discendenza. Dio stesso intende "imparentarsi" con la sua progenie, diventare uno della sua stirpe; solo in questo modo potrà assicurare il compimento del Suo desiderio: avere un Figlio ed essere chiamato Padre. Si dice che i santi abbiano gli stessi sogni di Dio, ma solo Dio può realizzare i suoi sogni. Il tempio verrà comunque costruito dal figlio Salomone e nel "sancta sanctorum" verrà introdotta l'arca dell'alleanza contenente le tavole della Legge, tutte immagini e prefigurazioni di ciò che Dio realizzerà veramente, in Maria l'arca dell'alleanza s'incarnerà il Verbo della pienezza, la Parola che salva, il Figlio della promessa che insegnerà a tutti a chiamare Dio con il nome di Padre, perché questo è il grande desiderio di Dio: "Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, ... siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me" (Gv. 17,20-22). L'unità, la non dispersione, non si fonda sulla potenza e la magnificenza di una torre o di un tempio ma su un calice: - "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà" (Lc. 22,42). Il calice non è stato allontanato è stato accolto, assunto, consumato. La torre di Babeel, della confusione, grottesca in quella parodia della potenza dell'ingegno umano, così come ci viene proposta da Bruegel verrà prima oscurata e poi abbattuta da una nube, informe e inconsistente ma essa sola capace di guidare un intero popolo fuori dall'Egitto e fargli attraversare il deserto della storia, fino all'arrivo della terra promessa: Ecco il Signore cavalca una nube leggera ed entra in Egitto.
Questa nube che appartiene al cielo, che ha adombrato la Vergine, che ha avvolto sul Tabor Gesù e i discepoli prediletti, appare anche oggi nei nostri disadorni presepi per far scendere la Parola di Dio: - "Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!".
Non è facile ascoltare e custodire la Parola di Dio e farla crescere; è più facile innalzare torri e costruire templi, ammassare detriti di parole o discariche di opere in nome delle nostre santissime Istituzioni; è più facile scrivere libri che lasciarsi trafiggere il cuore dall'unica Parola; rincorrere una supposta notorietà piuttosto che lasciarsi raggiungere dalla scarna impellenza della Croce: essere-per-servire e dare la vita per i nostri fratelli. Il calice o la torre. Essere o non essere. Solo Dio può asserire di sè: "Io sono colui che sono! Dirai agli Israeliti Io-Sono mi ha mandato a voi" (Es. 3,14).
Il piccolo Bambino con pochi pannicelli che siamo chiamati ad adorare in questi giorni di Natale si presenta a noi con le braccia spalancate, è l'abbraccio che trasmette e chiede amore ma, rammentiamolo, è anche il gesto definitivo dell'Amore crocifisso. "Ma voi: potete bere il calice che io sto per bere?" (Mc. 10,38)

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