EXPOLANDIA

di L. Bono

   A distanza di dieci giorni dall'apertura dell'EXPO ecco riportata la "buona notizia" sul noto quotidiano cattolico: Dall'Expo ai poveri, una tonnellata di cibo in tre giorni. Sarebbe un grande risultato se fosse il concorso solidale delle Istituzioni, come parrebbe auspicare il sindaco Pisapia: «Ognuno deve fare la propria parte nella lotta alla fame, agli sprechi e per l'accesso equo alle risorse e per la sicurezza alimentare». Giusto! Peccato che la tonnellata di cibo erogata in soli tre giorni dall'Expo e prontamente gestita dalla Caritas Ambrosiana sia il risultato degli avanzi, lo scarto prodotto che servirà a sfamare i poveri della città e del territorio. "Cibo buono", ci tiene a sottolineare l'articolo, per le vite di scarto, perché: agli "scartati" della nostra società spaccona e gaudente non può che andare il cibo di scarto del suo deprecabile benessere. Così la Caritas presente col suo piccolo ma significativo padiglione, mentre si ispira ad un tema giusto e sacrosanto: - "Dividere per moltiplicare. Spezzare il pane", con la sua operazione di riciclo fecondo denuncia il lato debole, ma usiamolo pure il termine, ipocrita, del baraccone espositivo che cavalca un'altra logica, altri processi d'intervento: occorre moltiplicare il nominatore proprio a scapito del denominatore comune.


   E' questa in sintesi la formula espressa in maniera metaforica dall'Energia, opera di Wolf Vostell, presente sempre nell'area espositiva della Caritas. Una Cadillac d'epoca comparata ad una caterva di pane, a dire che il monolitico, autoreferenziale e arrogante sistema economico si alimenta fagocitando le risorse primarie dei più poveri, coloro ai quali non è stato riconosciuto il diritto di avvantaggiarsene. Così l'Expo foraggerà i soliti colossi, dinosauri in estinzione, lasciando cadere qualche briciola sotto il tavolo.
Siamo al declino, una società come la nostra che non ha approntato una cultura della sussidiarietà, del mutuo rispetto, della reciproca condivisione dei beni è destinata ad una ineluttabile decadenza dove rimane solo l'autocelebrazione e il vigliacco inebriamento. E' l'ennesimo Paese dei Balocchi che Pinocchio burattino sceglie a un passo dall'incantesimo della Fata Turchina che lo avrebbe reso umano. Certo umano e non bionico, con tutto il carico che comporta essere della nostra specie, in sacrificio, disciplina, apprendimento, educazione ... Nel Paese dei Balocchi Pinocchio diventa un somaro e nel degrado e perdita della sua identità deve cercare di riscattare quanto ha perduto a causa della sua negligenza. Le cattive compagnie, i cattivi consiglieri, la triste complicità con l'amico Lucignolo sono il contorno di una storia che mette in luce quanto il discernimento umile di ciò che fa star bene coincide con il cercare di realizzare il bene dell'altro. Che è "bene comune", appunto, nella concezione e accezione definita per la prima volta da S. Giovanni XXIII nella Mater Magistra del 1961, laddove parla di una nuova "attitudine di responsabilità": «... Che si concreta nell'insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono agli esseri umani lo sviluppo integrale delle persone».


   Nove, otto secoli fa ci si riuniva in società, tutti si costituiva un corpo unico e organico attorno alla costruzione di una cattedrale, lavoro di ingegno e di costruzione imponente. Pensiamo solo al nostro impareggiabile Duomo di Milano, nessuno, tra quanti l'hanno concepito e tra quanti nei secoli si sono adoperati per realizzarlo, pensava che non sarebbe vissuto a lungo per vederlo terminato. Eppure nonostante i mezzi primitivi, le risorse scarse, le conoscenze limitate sono stati raggiunti esiti grandiosi, spingendosi sempre oltre, dilatando i confini del'umano possibile. Davanti e dentro vi era un ideale nobile da perseguire, un segno luminoso e imperituro da lasciare alle generazioni future. Erigere una cattedrale era sostanzialmente un atto di fede, indicava ciò che vale, ciò che resta rispetto ai vapori dei vaniloqui di piazza, al gioco a scacchi delle egemonie dei diversi poteri e il mondo fluido delle mode.
Sic transit gloria mundi! La sfida che ha raccolto l'Expo lascerà un segno se avrà saputo orientare le intelligenze e i cuori verso ciò che non delude, i valori universali che rendono l'uomo più uomo, più consapevole del suo destino eterno, mercante di Luce e non saltimbanco di fuochi d'artificio. Per dirla con Martin Rees: « ... Sappiamo che siamo i custodi di un prezioso puntino blu nella vastità del cosmo, un pianeta con un futuro che si misura in miliardi di anni il cui destino dipende dall'azione collettiva dell'umanità nel corso di questo secolo. Ma troppo spesso è a breve termine e concentrata su temi provinciali. Sminuiamo ciò che sta accadendo ora in paesi poveri e lontani e pensiamo troppo poco a che tipo di mondo lasceremo ai nostri nipoti. Nel mondo inarrestabile di oggi non possiamo aspirare a lasciare un monumento che duri migliaia di anni, ma sarebbe una vergogna se continuassimo a sostenere politiche che negheranno alle generazioni future l'eredità che meritano» (MARTIN REES, Da qui all'infinito. Una riflessione sul futuro della scienza. Codice Edizioni, Torino 2012. Pag. 108).


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Particolare della copertina di Arte Cristiana n. 874

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