Iconografia di Maria: l'Addolorata

XVII Lezione di L. Bono

 

Il tempo liturgico, meditazioni sulla Vergine e Madre Maria

«I pensieri di Dio non sono i nostri pensieri». «Le vie del Signore non sono le nostre vie» (Cfr. Is. 55,9), come anche la Parola di Dio non è le nostre parole. Sulla scorta di questa verità è facile intuire che quando Dio rivela il suo nome a Mosè ci apre alla comprensione di noi stessi: - "Tu dirai: Io-Sono mi ha mandato a voi" (Es. 3,14) , che traduciamo: "Io-ci-sono e vengo a voi", come dire che Dio-è in forza del suo essere sempre presente. Per contro: noi non ci siamo perché non-siamo: le nostre parole dicono il verbo ma non sono il Verbo; i nostri pensieri non corrispondono (o, raramente corrispondono) alla verità profonda di noi stessi - che neppure conosciamo -. Noi siamo creature non il Creatore. - Vi è dunque una distanza incolmabile? - Una via impraticabile? - Una verità irraggiungibile? Il regista Ingmar Bergman faceva dire a un personaggio di uno dei suoi celebri film -Il posto delle fragole (1957), cito a memoria: - "L'uomo ha due mani, con una tiene i suoi sogni, con l'altra stringe il nulla assoluto, ogni tanto apre una e ogni tanto apre l'altra". In ogni momento della vita teniamo tra le mani questa duplice possibilità: vanificare o realizzare il fine per cui siamo stati creati. «Quando ti imbatti in una cosa bella, tu la racconti.
Quando ti imbatti in una cosa vera tu la ridici. Se hai capito che lo spettacolo del crocifisso è come una folgore che ha illuminato il cammino del mondo e di ogni uomo, allora tu lo dici a tutti, non puoi farne a meno.
E se lo spettacolo ha cambiato la tua esistenza dandole forza e direzione, allora inviti tutti gli amici allo spettacolo.
Ciò che Dio ha fatto è troppo grande per non essere raccontato» (preghiera scritta da un Anonimo per la sua prima messa).

Queste parole ci dicono l'esperienza di un incontro che ha segnato radicalmente un'esistenza. Che cosa è successo? Vi propongo l'immagine del famoso dipinto di Giovanni Segantini L'amore alle fonti della vita (1896), che vorrei si fissasse sullo sfondo della memoria. E' un'opera che ci descrive il reciproco comunicarsi di due innamorati, è l'ebbrezza di uno stato di vita che li rende ignari anche rispetto al loro stesso cammino. Di fronte e a lato la fontana con l'acqua della vita perenne, custodita e insieme occultata dalla presenza dell'angelo. L'anima amante viene quasi inconsapevolmente attratta dalla sorgente, se la trova per così dire sui suoi passi. ... "Quanto è preziosa la tua grazia o Dio!

Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali, si saziano dell'abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie. E' in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce". Sono le parole del Salmo 35, che ci parlano di una grazia preveniente, dove l'anima si rifugia, si sazia, si disseta, trova finalmente la vita vera, la luce della conoscenza che la illumina. Dunque, comprendiamo: la conoscenza impone un cammino e - per noi cristiani - la cognizione della strada da seguire è una Persona che è essa stessa il cammino poiché è la verità incarnata. All'inizio del Prologo, nella Regola di S. Benedetto, al postulante che si presenta per farsi monaco e chiede: - "Cosa si fa qui?" S. Benedetto risponde: - "Si ritorna a Dio seguendo Cristo". E' il punto principale del programma di ogni regola monastica: trovare Dio in unione con Gesù . "Invano aspirerete a conoscere Dio se non vi sforzate d'imprimere nell'anima vostra l'immagine amabilissima della Umanità di Cristo; perché la sua Umanità è la via e la porta della Divinità" (abate benedettino di Liessies). "Invano aspirerete a conoscere se prima non vi sforzate ad imprimere in voi l'Immagine…". Oltre il cammino ciò che spinge e che urge è l'amore che è cieco se non è illuminato dalla luce della fede. In un'intervista il Card. Ravasi, citando Pascal, diceva che l'amare precede il comprendere, si comprendono le cose che si amano: "la nostra coscienza primaria è simbolica, è segnata da un moto di adesione affettiva a un universo che si spalanca davanti allo sguardo". Ciò comporta l'accettare di procedere anche nell'oscurità della fede. Il contraltare di questa immagine, è l'esperienza della notte oscura dei mistici che, tuttavia, non si discosta dalla dinamica del cammino e dell'innamoramento. San Giovanni della Croce ci ha lasciato una testimonianza drammatica e intensa:

«In una notte profonda/ piena d'angoscia ed infiammata d'amore/ uscii senza essere visto. E non scorsi nulla ... /che mi guidasse, tranne la luce/ che ardeva nel mio cuore. Essa mi guidava/ in modo più sicuro della luce di mezzogiorno/ alla meta dove mi attendeva/ Colui che amavo ...»

A differenza del quadro di Segantini, S. Giovanni della Croce, descrive un'esperienza di solitudine: "uscii senza essere visto". E lui stesso è incapace di vedere: "non scorsi nulla che mi guidasse". Eppure c'è una luce, ma sta dentro, ed è essa che guida alla ricerca e all'incontro di "Colui che amavo". Comprendiamo solo cose che amiamo perché dobbiamo ammettere di possedere nel nostro dna spirituale una memoria che ci permette di riconoscere che siamo creature amate di un amore smisurato e gratuito.

Scriveva S. Agostino nelle sue memorabili Confessioni: «Noi vediamo queste tue opere, perché esistono; tu invece, Dio, le fai essere perché le vedi». Ma come vede Dio? Qui dobbiamo aggiungere alla nostra introduzione: "Dio non vede quello che vedono gli uomini". Vogliamo risalire alla fonte primigenia, allo sguardo amante di Dio, al suo desiderio di vita per noi, per me, per te … Arrivare alla fonte della vita, comprenderemo presto, significa fare un cammino di discesa, nella profondità dell'abisso dell'Amore di Dio, insondabile mistero: lo scandalo o la follia della Croce. Vogliamo scegliere un sentiero, non percorribile per noi, perché si tratta di un cammino unico, paradigmatico e paradossale insieme; possiamo solo contemplarlo con gli occhi della mente e del cuore. Accostarci al mistero di una donna, di una madre, che in sé racchiude il mistero del dolore di ogni donna e di ogni madre. Qui si parla giustamente di passione , rivivremo nella Settimana santa la Passione del Venerdì Santo, e la radice di questo termine non discrimina mai gli effetti positivi dai negativi, poiché la passione quando raggiunge il suo acme è sempre fortemente intrecciata al dolore, all'estasi, all'uscita di sé … Parlare di Maria sotto la Croce, capiremo presto che, di fatto, Maria non è né sotto la croce né sopra di essa. "Maria è, perché c'è" … Cristallizzata nell'icona della Madre dei Dolori, l'Addolorata, nella sua notte oscura, è riuscita a fare sintesi, ha trovato il significato profondo del suo essere madre. Iniziamo il nostro cammino su un crinale dove avviene l'incontro tra la luce e le dense tenebre del venerdì santo; cercheremo di cogliere i segni e il significato dei segni che rimanda sempre ad un oltre.
Vi propongo la pagina di un diario, un frammento di vita, l'autore è Guido Oldani:

"Era un mezzogiorno di Natale ed io ero solo come un cane ma mi sentivo piuttosto felice. Detesto l'albero di Natale che non si sa dove piantarlo a fine uso, odio gli addobbi, cianfrusaglie polverose e fragili che mi mettono la tentazione di lanciarle contro il muro più vicino. Quel giorno avevo preparato mortadella a volontà, mezzo chilo di michette e una bottiglia di barbera. Il treno per Parma è deserto. Fuori c'è neve, io sono al caldo e traverso un presepe sterminato e inconsapevole. In sala d'aspetto, solo alcuni barboni; torno subito con un panettone preso al bar e il Natale è fatto. Ora piove e traverso a piedi la cittadina e non ho l'ombrello... Le chiese sono aperte ed io vedo la deposizione dell'Antelami. Quel gesto appena accennato del braccio che si stacca dalla croce, mi dà tutta la storia che spiega anche il perché del Natale con questi barboni miei".

«Io vedo la deposizione dell'Antelami» - scrive -. Cosa ha visto? «Quel gesto mi dà tutta la storia». Cosa riesce a compendiare quel gesto? «Quel gesto spiega anche il perché del Natale con i miei barboni». Qual è il senso che insegna e motiva l'atto di pietà, di compassione verso «questi barboni miei?».
Notate che l'autore precisa il tempo, un mezzogiorno di Natale, «io vedo la deposizione», simultaneamente riesce a vedere la nascita e la morte di Gesù. Come l'iconografo bizantino ama ritrarre il neonato bambino non nella mangiatoia ma nella tomba, nel sarcofago, così con un capovolgimento analogo siamo portati a considerare la morte come la nuova nascita. Dall'albero della vita si stacca il frutto maturo e l'angelo Gabriele lo porge a Maria nuova Eva, che accosta la sua bocca alla piaga aperta e riceve l'acqua della vita nuova.
Nicodemo, con lo stesso gesto sembra bere dalla ferita del costato :"chi non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di Dio" .
In mezzo tra questi due gesti collegati dall'arto del Crocifisso vi è l'immagine della nuova chiesa che sorregge il vessillo della vittoria e tiene con la mano

lo scrigno della testimonianza raccolta, custodita e proclamata. Quel braccio che si stacca dalla croce è come l'architrave del tempio ma, badate bene, l'innesto dell'appoggio è la Madre, all'interno tutta la Chiesa è raccolta e indicata come la vittoriosa. In questo reciproco donarsi e ricevere trova il senso la carità verso il prossimo. Noi, ciascuno di noi, siamo continuamente nutriti e dissetati dalla madre Chiesa, attraverso i sacramenti, nella comunione di tutti i Santi, sempre presenti in Dio, che è perché c'è, e si comunica anche attraverso la nostra persona.
Siamo dissetati da questa fonte perenne e siamo, contemporaneamente, noi stessi questa fonte per gli altri: mangiamo e a nostra volta siamo mangiati: siamo fame e pane allo stesso tempo. Quest'opera dell'Antelami è una densa catechesi e non si finirebbe mai di commentarla, ne abbiamo scelto solo un frammento, ci siamo fissati sul gesto di Gesù, gesto che condensa la sua intera missione e la apre a nuovi significati. Maria sotto la croce continua ad intercedere, come agli inizi: - "Non hanno più vino" , ma solo ora ella può comprendere il significato della risposta di Gesù: "Che c'è tra me e te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora" . Tra Gesù e Maria c'è la nuova Chiesa che porta il calice della grazia e della testimonianza, dispensatrice del vino nuovo, cioè dello Spirito santo che elargisce i suoi doni come vuole.

Facciamo un salto e passiamo al Caravaggio, un'opera poderosa questa della Deposizione, un capolavoro dalla geometria cristallina. Qui più che una esegesi troviamo la genialità dell'artista, il lampo di una intuizione. Maria è la croce. Con le braccia distese a croce, sembra voler contenere lo spazio occupato dal corpo di Gesù, è un abbraccio o un sostegno, è un gesto protettivo che esprime la partecipazione: Ella è sempre con il figlio, dove c'è il Figlio lì la Madre. Scriveva Maddalena Delbrel a chi gli chiedeva

"vorremmo vedere un cristianesimo più gioioso, più bello...", ella rispondeva: - «Vi parleremo di gioia e di bellezza quando le avremo apprese sulla croce dove ritroviamo il nostro amore».

E' paradossale questa risposta, ma come avvertiamo che è profondamente sincera e autentica. Maria ha compreso esattamente questo: in lei tutta l'umanità, la nostra natura umana, ha trovato una sintesi, il significato di tutto il dolore innocente.
E' il vero parto questo per lei.

E' l'albero di Vita che ci ha donato il frutto della vita eterna: - "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno ". Maria è l'albero, Gesù il frutto che ci comunica la vita eterna donandoci il suo stesso Spirito. Per comprenderlo lo stesso Nicodemo ha dovuto compiere un percorso, accompagnare Gesù fino alla croce, entrare con Lui nel mistero dello scandalum crucis, per poi deporlo cioè schiodarlo da quella stessa croce e riporre il suo corpo in un sepolcro: dal ventre della madre alle viscere della terra, perché quel "seme di vita" esplodesse nella Risurrezione.
Anche se il Caravaggio non era inserito in una cultura teologica, come poteva essere quella medievale per l'Antelami, sicuramente conosceva la famosa sequenza dello Stabat Mater: Santa Madre, fai questo:/ Imprimi le piaghe del tuo Figlio crocifisso/ Fortemente nel mio cuore/. Fa che io porti la morte di Cristo,/ Voglio avere parte alla sua passione/E ricordarmi delle sue piaghe/ Fa che sia ferito delle sue ferite/ Che mi inebri con la Croce/ E del sangue del tuo Figlio/ Fa che io sia protetto dalla Croce,/ Che io sia fortificato dalla morte di Cristo,/ Consolato dalla grazia.

L'autore di questa preghiera sembra esprimere gli stessi sentimenti che furono della Madre. I chiodi trapassano il corpo del figlio e si infiggono in quello della madre, formano un tutt'uno. Maria "stava", è il verbo che esprime la forza: nel dissolversi di tutte le cose, compresi i sogni e i progetti, c'è un punto fermo che è la croce, Maria, appunto stava lì. Lei è perché c'è e sta esattamente lì. Nei libri di psicologia si legge:

«Persona matura è quella che, quando si trova da sola, regge. Anzi, cerca dei momenti in cui restare da sola, per ritrovare se stessa, riconoscersi, identificarsi. Ogni esistenza umana autentica e matura deve essere un'alternanza di solitudine e comunicazione»

Negli scritti di S. Caterina da Siena troviamo il segreto che accomuna la Madre e il Figlio in un unico destino: la sua volontà di fare fino in fondo la volontà di Dio, il suo Sì incondizionato, sino alla fine:

«Fu la volontà dell'unigenito Figliuolo di Dio il quale, in quanto uomo, era vestito del desiderio dell'onore del Padre e della salute nostra, e tanto fu forte questo desiderio, che corse come innamorato all'obbrobriosa morte della croce. Questo medesimo fu in Maria, cioè che ella non poteva desiderare altro che l'onore di Dio e la salute della creatura, e perciò dicono i dottori della Chiesa che di se medesima avrebbe fatto scala per porre in croce il Figlio suo, se altro modo non avesse avuto. Questo era perché la volontà del Figliuolo era rimasta in lei».

Secondo gli scritti della beata Caterina Emmerick , Maria sotto la croce nel suo indicibile dolore desidera morire con il figlio. Ma Gesù che conosce i pensieri e legge nel cuore, colmo di tenerezza, le annuncia il suo destino, divenire la madre di tutti i redenti: - «Donna, ecco tuo figlio. E rivolto al discepolo Giovanni: - Ecco la tua madre». Mel Gibson, se ricordate, immette in una sequenza del suo famoso film The Passion, una scena molto struggente. L'incontro della madre sulla via verso il Calvario. Gesù è sfinito e cade sotto il peso della croce.

Maria rivede nella sua mente la scena del figlio bambino che cade salendo una scala, la Madre si precipita e, a quel punto, si sovrappongono la scena del ricordo e quella della realtà devastata dalla crudeltà umana. - "Sono qui!" ripete al figlio. - "Sono qui ... ". Gesù uomo, la guarda con compassione e gli sussurra: - «Vedi? Io faccio nuove tutte le cose» (Ap. 21,5).
Non ci saremmo aspettati una risposta così densa e pregnante in un contesto tanto disperato che annichilisce ogni tentativo di comprensione, di accettazione. Che cosa doveva vedere Maria? Qual è la novità stravolgente che sta operando suo Figlio? Gesù continua a proferire parole di vita, fino al definitivo: - Tutto è compiuto! Vedete la dottrina neopositivistica ci ha plagiato e bloccato con i suoi dogmi: - "Ciò che non si può dire, si deve tacere".

Se nonché l'autore del Trattato Logico-filosofico (1914-16) L. Wittgenstein, avrebbe precisato nei suoi scritti epistolari che, esattamente, intendeva dire che il non scritto, il non detto è la questione importante. Einstein, nel 1955 in una sorta di testamento, lasciava nel suo Messaggio all'umanità un appello:

"Noi scienziati rivolgiamo un appello come esseri umani rivolti ad altri esseri umani. Ricordate la vostra umanità e dimenticate pure tutto il resto!".

Qui dovremmo inserire uno squarcio dell'ampio repertorio sul tema della Pietà, che ha infervorato la devozione verso la Madre di Dio, addolorata sul compianto Figlio morto. Maria, non dimentichiamo, è sempre madre, il suo è un atto di offerta del Figlio per il Figlio che entra nella nostra storia e raggiunge l'eternità di Dio, non senza però trafiggere il suo cuore: "E anche a te la spada trafiggerà l'anima". Addirittura la devozione popolare dell'Addolorata ci parla di sette spade!

E' la prima profezia della passione e morte di Gesù da parte del vecchio Simeone associata a quella più antica del Libro delle Lamentazioni.: "O voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio dolore, al dolore che ora mi tormenta " . "A nessun essere umano, si poteva chiedere tanto - scrive il teologo Hans. Urs Von Balthasar: «Le sette spade nel suo cuore ne sono soltanto un debole simbolo. Il veggente dell'Apocalisse la intravede tra terra e cielo, mentre grida forte nelle doglie del parto».
Guardando queste immagini, una di Delacroix, l'altra di Wan Gogh risulta evidente lo stile e il carattere dei due artisti. Il pretesto di quest'opera, l'unica in cui Wan Gogh ritrae il Cristo (molto vicino ad un suo autoritratto, tra l'altro) parte da un incidente verificatosi durante la sua degenza nella casa di cura a Saint Remie, al seguito dell'atto autolesionista in cui si era tagliato il lobo di un orecchio. Wan Gog si stava dedicando ad una rivisitazione delle opere prese dall'antico e aveva a sua disposizione delle stampe litografiche; questo giustifica la copia da lui dipinta in modo speculare come nelle stampe artistiche. Di questo scrisse al fratello Theo: "La litografia, La Pietà di Delacroix , così come molti altri, è caduto nei mie oli e vernici ed è stato danneggiato.

Questo mi ha sconvolto terribilmente, e sono ora occupato a fare un quadro di esso, come vedrete". L'opera viene realizzata dall'artista nel 1889. Esattamente un anno più tardi si sarebbe tolto la vita. Sul tema religioso, rimproverava all'amico del cuore Gauguin, che ormai con Emile Bernard aveva imboccato la strada del Simbolismo: - "Nostro dovere è pensare e non sognare". Ma un pensiero che non sbocca in una risposta di senso, sul perché dell'umana sofferenza diventa caustico e lesivo. E' ancora S. Agostino che ci ricorda: «Quel Signore che ti ha creato con la sua potenza, ti ha ri-creato, cioè redento, con la sua debolezza, con la sua Passione». E con l'umana sofferenza e passione di chi vi corrisponde con fede. Passio Christi passio homini.La croce non è l'ultima parola.

Maria ci offre come su un altare il corpo del Figlio. Sì, perché la Croce non è l'ultima parola. L'aveva capito bene Mons. Tonino Bello, negli ultimi anni della sua vita, segnato e devastato dal tumore aveva portato questa originale testimonianza:

«Nel duomo vecchio di Molfetta c'è un grande crocifisso di terracotta, donato alcuni anni fa da uno scultore del luogo. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l'aveva addossato alla parete della sagrestia con una scritta ben in vista: "collocazione provvisoria".

Avevo scambiato quella scritta come l'intitolazione dell'opera e mi è parsa provvidenzialmente ispirata. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. E' una croce che dura da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Dopo tre ore, te l'assicuro, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio».

Gli artisti, con linguaggi diversi esprimono lo stesso contenuto. Il dolore non è fine a se stesso. La croce non è l'ultima parola. "L'immagine della Pietà rimane un'immagine non passeggera, ma duratura. Un'immagine assai misteriosa: poiché la fecondità del grembo materno, che qui porta il Figlio morto, deve la sua ultima fecondità proprio al corpo esanime che giace nelle braccia della madre" (Hans. Urs Von Balthasar). Ivan Karas, focalizza la visione sulle tre figure (il Cristo morto, la Madre e Giuseppe d'Arimatea) con pennellate energiche e con colori puri.
E' evidente il corpo di Gesù piegato e sorretto come in una Pietà, la figura a lato di Giuseppe di Arimatea, mentre quella di Maria è solo accennata nell'alone rosso, il viso è accostato a quello del Figlio quasi a sussurrare il suo ultimo: - Ci sono. Sono qui!
Il corpo di Maria è come un grumo di carne e di sangue, dove la materia straziata (ricordiamoci che materia viene da mater) sembra emettere un urlo senza voce.
La fusione del corpo del Figlio e della Madre è completa.

La Chiesa, madre e sposa, del resto forma un tutt'uno con lo Sposo, crocifisso e vincitore sulla morte. E' l'Agnello descritto da Giovanni nell'Apocalisse: «Poi vidi ritto, in mezzo al trono, un Agnello, come immolato». E' immolato ma è ritto, è il Vivente: «Colui che era, che è e che viene».
Più ermetica e concettuale l'opera dell'artista Vito Lolli (1999). Apparentemente è una ripresentazione della classica deposizione rinascimentale, rivisitata in chiave di "impacchettamento" alla Christo, l'artista che negli anni Settanta nel contesto della Land art, impacchettava nel cellophane palazzi, scogliere, dune nel deserto. A differenza di Karas, l'espressività della carne e dei sentimenti viene bandita dalla scena, i personaggi perdono la loro identità, tutto viene avvolto in un comune lenzuolo che non annulla la presenza e la pietà ma semmai la uniformizza, la rende conforma all'Immagine di Cristo che -ricordate quanto si diceva nella nostra introduzione- deve essere impressa in noi, poiché è attraverso la sua Umanità che arriviamo alla divinità: - «Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! - Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore».

Ciò che deve far riflettere è il silenzio di Dio nel Venerdì santo. Siamo davvero di fronte ad una cosa nuova. Dobbiamo rifarci all'Antico Testamento per comprendere il salto abissale compiuto dalla novità che è Gesù nella storia della salvezza. Ascoltiamo un brano della Sapienza al cap. 18 che descrive i prodigi di Dio per il suo popolo: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, portando, come spada affilata, il tuo ordine inesorabile. Fermatasi, riempì tutto di morte; toccava il cielo e camminava sulla terra».

E' un passo del Libro della Sapienza dove narra i prodigi di Jawé compiuti a favore del suo popolo nell'esodo verso la terra promessa. La parola di Dio, da guerriero implacabile che riempiva tutto di morte, ora la troviamo incarnata nella Persona del Figlio, integralmente a noi comunicata e anche consegnata, al punto d'essere Parola viva e anche crocifissa. Questa nuova Parola crocifissa ci obbliga a pensarla in una dimensione nuova. E' un po' come essere passati (faccio un semplice paragone) da una cognizione bidimensionale della realtà (il decalogo, la legge mosaica) ad una tridimensionale (il Vangelo, la buona novella) e, infine, alla dimensione dinamica, olistica, che è quella dello Spirito santo, contemporaneamente nel tempo e fuori dal tempo. Serve il canto dei poeti per definire il passaggio dalla conoscenza all'estasi.

La Parola si fa sguardo e sboccia il silenzio, un gran silenzio.
Labbra terrestri si congiungono con impalpabili labbra celesti.
Canto l'albero dell'eterna bellezza da cui fluisce il balsamo della divina tenerezza e invoco la croce, albero necessario. Vitale ombra alto riparo, l'unico. Legno passionato, santo, possente, bagnato. Mirra rossa, cinabro, sangue raggrumato. Fregio di molti Profeti, oracolo fulgente. Per me, ora, adesso, in quest'attimo presente e poi sempre. Nel per sempre, radix Iesse floruit.

E' nel Sì eterno di Maria che fiorisce la radice di Iesse. Il fiore è Gesù e il Legno è Maria. In questo sguardo nuovo possiamo dire con Giobbe: «Io ti conoscevo per sentito dire ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento su polvere e cenere». E cosa ha visto Giobbe? Cosa siamo chiamati a vedere noi ora nello sguardo appassionato di Gesù crocifisso? L'amore del Padre, l'amore infinito per ciascuno di noi, distinti e insieme uniti a formare l'unica Chiesa.

Sono ancora le parole folgoranti della mistica che ci permettono di penetrare nel mistero dell'impronunciabile Dio. La Beata Angela da Foligno mentre meditava compunta la passione e morte di Gesù, udì improvvisa una voce, come un dolce rimprovero: «Non ti ho amato per scherzo!». E S. Caterina da Siena che dialoga con il Crocifisso riceve una sorprendente rivelazione: «Dolce e immacolato Agnello, tu eri morto quando il costato ti fu aperto: perché volesti essere percosso e straziato il cuore? Risponde: - Perché il desiderio mio era infinito verso l'umana generazione, e il sostenere pene e tormenti era finito, e per la cosa finita non potevo mostrare quanto più amavo, perché l'amore mio era infinito.

E però volli che vedeste, voi, il segreto del cuore, mostrandovelo aperto acciò che vedeste che più amavo che mostrare non vi potevo per la pena finita» (Dialogo LXXV) Acciò che vedeste ... "Perché voi vedeste che tanto amavo da non potervelo mostrare oltre, poiché ormai la mia pena era finita". «"Venuti da Gesù vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia, e subito ne uscì sangue e acqua ». In quel cuore squarciato troviamo tutto il senso della nostra umana esistenza. Contemplando quel cuore devono cadere tutte le nostre paure e in esso dobbiamo riporre tutti i nostri sogni. Ricordiamo le parole dell'angelo Gabriele a Maria: - Nulla è impossibile a Dio! Siamo sotto la croce con la Madre di Dio: ... - E' la fine del suo cammino? - E' compiuta la sua missione? Non è forse un nuovo inizio? Non è questa la genesi di una nuova creazione? Vi lascio ancora un'immagine e anche questa volta la prendo dal repertorio cinematografico. Ne L'"Apocalisse", dove si racconta dell'esilio di S. Giovanni sull'isola di Patmos , Giovanni, il discepolo amato, l'unico apostolo ad essere testimone della passione e morte di Gesù, in una scena viene interrogato da un suo discepolo: "- Raccontaci ancora come è morto il Signore". Ed egli (cito a memoria): "Faceva molto freddo. Mi trovavo sotto la croce con la madre di Gesù. Udivamo il suo respiro, forte, da straziare le nostre orecchie. Ad un certo punto si era alzato il vento e il sole si era oscurato. Sua madre aveva sollevato il suo mantello e si era coperta il viso, come se lì dovesse rimanere per sempre". Dobbiamo riconoscere che sono le nostre stesse preghiere ad inchiodarla a quella croce. Quando recitiamo "Santa Maria, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte", che cosa chiediamo, se non che Ella ci associ alla morte redentiva del suo Figlio? Nella morte di Gesù c'è la morte di ciascuno di noi: «Se siete morti con Cristo con lui anche vivremo». Ed è Maria che intercede per noi la grazia di valicare quella porta angusta che è la Croce: «... quanto stretta è la porta e angusta è la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!». Siamo invitati in questa Settimana Santa a sostare con Maria e il discepolo Giovanni. A velare il nostro capo, cioè: non tentare di capire con il pensiero ma entrando con umiltà di spirito nella "follia" di Dio, contemplare il suo cuore squarciato, esploso, che dice la misura del cosmo, sempre in espansione, che crea galassie infinite in un'infinità di galassie. Un amore inconcepibile, solamente intuibile. Siamo arrivati al termine del nostro cammino. Siamo di nuvo di fronte alla FONTE DELLA VITA, che ora ha assunto un nuovo significato; accogliamo questa semplice verità: solo Gesù Cristo svela pienamente l'uomo. Termino con una esortazione del nostro Papa Francesco, che trovate nell' Evangelii gaudium al n. 264: «Che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita! Dunque, ciò che succede è che, in definitiva, "quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo". La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore (...). Riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c'è niente di meglio da trasmettere agli altri» Con questo augurio che spinge alla missione ma che invita anche ad una sosta riflessiva, cuore a cuore, davanti a Gesù eucaristia, si sprigioni in noi tutta la potenza della sua Risurrezione, che ci permetta di riconoscerlo, perché da sempre Dio si rivela cono il Suo proprio nome: l'Emmanuele -il-Dio-con-noi: - Io ci sono e vengo a voi. Sempre.

 

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