"Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?"

XIV Lezione di L. Bono

Su una enorme tela (139 x 374,5) Paul Gauguin (1848-1903), al culmine e insieme al tramonto di una esistenza travagliata e inquieta, ormai segnato profondamente dalla malattia e dalla perdita dei figli, prima di un tentativo di suicidio e a sei anni dal decesso, esprime la sua disamina sul mistero dell'esistenza umana.

"Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?", di Paul Gauguin, 1848-1903

Vi appone un titolo che è interpellazione cogente: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? (olio su tela, 1897), ultimo atto lucido di un'indagine non tanto metafisica ma pretesto per sollevare un velo sull'anima squassata dai marosi di un vissuto esistenziale bordline. L'artista insofferente all'insorgere dei nuovi cambiamenti epocali imposti dalla efferata industrializzazione e la conseguente disumanizzazione della società sempre più appiattita sugli standard imposti dal monopolio dei mercati, sul fronte commerciale come su quello culturale ed etico, dopo aver rigettato il suo status sociale per rifugiarsi nell'alveo incontaminato e primitivo delle Isole della Polinesia Francese, nella parte meridionale del Pacifico, rimane sequestrato dall'indigenza e dall'isolamento che lo terranno in scacco fino alla morte, e non prima d'aver sperimentato il carcere.
Ad una prima visione la tela sembra divisa idealmente nel mezzo da un asse verticale, rafforzato dalla figura eretta in primo piano, creando due sezioni identiche nel movimento all'interno dell'opera. Due movimenti in rotazione che si chiudono su loro stessi costringendo l'osservatore ad una lettura distinta, sia per l'estensione della tela sia per lo sviluppo compositivo di ordine paratattico: due visioni o, forse, due risposte che albergano simultaneamente nella coscienza dell'artista. Gauguin sembra travolto dalla componente tragica che esonda nella sua vita: la sifilide che devasta la carne, la solitudine e l'isolamento che annichiliscono lo spirito, la

miseria e l'abbandono che lo privano della dignità. E' questo l'ultimo soprassalto dell'artista per un tentativo di ordine, la ricerca di un riscatto, di un significato ma che non lo spingono oltre la sola rappresentazione di ciò che egli conosce o più semplicemente riesce a contenere, senza tentare mai di dipanare il soggettivo dall'oggettivo, indugiando sulla componente religiosa

in un sentire intimistico dove il favoloso, sdoganato, detta legge e la commistione tra sapere e credere si riduce ad un rivolo irrazionale, che rende impraticabile la risalita verso l'idea sorgiva, l'intento di raccontarsi dell'artista. Così senza perseguirlo Gauguin invera una sorta di parodia del sapere dove ciascuno, nel grande arazzo della vita, possa ritrovarsi senza la fatica di cercarsi, senza il costante riferimento alla propria storia e alla storia passata, ai miti e alle tradizioni, ai princìpi del sapere e all'apparato olistico del credere. Tutto viene come sommerso e fatto riemergere in una nuova condizione di dis-ordine, senza principio né fine, senza regole e strumenti di decodifica dei linguaggi. Malcolm Lowry (1909-1957), un poeta inglese poco conosciuto in Italia ha, per molte ragioni, affinità biografiche e poetiche con il pittore Gauguin. Dalla penna, usata come un bisturi è facile scorgere analogie e risonanze, evocazioni e provocazioni già rilevate nel nostro dipinto. Il titolo è la risposta:

Nessun sentiero silenzioso Non c'è nella mia anima, ahimé, un silenzioso sentiero e, poiché son malvagio, neppure nei miei ricordi: un sentiero nel quale amici e predatori siano assenti e dove chi più ho amato pieghi l'ala e sospiri e, in silenzio, passando, s'introduca nel luogo di sogno, illuminato da splendenti frutti e dalla luce che fa corona al volto, sempre più rilucente del medesimo amore, e dissipa la notte. Non c'è sentiero, non c'è alcun sentiero salvo forse ove andarono tutte le cose astratte, i precetti vi sorgono, la metafisica tramonta, i princìpi abbandonati marciano incespicando. Non sentieri, ma come un fiume in piena in cui forme anneganti, trascinate, gesticolano.
(MALCOLM LOWRY, tratto da L'urlo del mare e il buio, traduzione di Francesco Vizioli, Guanda Editore Parma, 1972)
Così tutta la concezione dell'arte, nell'arte di Gauguin: il dato naturale come quello tecnico decadono dal loro valore oggettivo, formale e semantico, tutto entra nel flusso delle emozioni e delle idee, solo la percezione estetica e la portata simbolica di ogni elemento può costituire l'oggetto di interesse, la passione per l'uomo e il rovello per l'artista che nulla trattiene ma, come in un caleidoscopio, riflette alla nostra visione il sistema prismatico del suo mondo cognitivo. Dai suoi scritti è impossibile trarre un'interpretazione che non sia la nota descrittiva o il puro elenco delle figure in mostra: «Dove andiamo? Accanto alla morte di una vecchia. Un uccello strano stupido conclude.
Che siamo? Esistenza giornaliera. L'uomo d'istinto si chiede che significa tutto ciò. Da dove veniamo? Fonte. Bambino.

La vita comune. L'uccello conclude il poema in comparazione dell'essere inferiore di fronte all'essere intelligente in questo grande tutto che è il problema annunciato dal titolo. Dietro a un albero due figure sinistre, avvolte in vesti di colore triste, pongono accanto all'albero della scienza la loro nota di dolore causata da questa scienza stessa in confronto con gli esseri semplici in una natura vergine che potrebbe essere un paradiso di concezione umana, abbandonatasi alla gioia di vivere». E ancora, in una sua lettera mentre definisce la sua opera come il raggiungimento di un capolavoro, rifletteva: «A destra, in basso, un bambino addormentato e tre donne sedute.
Due figure vestite di porpora si confidano i propri pensieri.
Una grande figura accovacciata, che elude volutamente le leggi della prospettiva, leva il braccio e guarda attonita le due donne che osano pensare al loro destino.

Al centro una figura coglie frutti. Due gatti accanto a un fanciullo. Una capra bianca. Un idolo, con le braccia alzate misteriosamente e ritmicamente, sembra additare l'aldilà. Una fanciulla seduta pare ascoltare l'idolo. Infine una vecchia, prossima alla morte, placata e presa dai suoi pensieri, completa la storia, mentre uno strano uccello bianco, che tiene una lucertola con gli artigli, rappresenta la vanità delle parole».
Gauguin in realtà difetta di parole e le parole difettano alle sue opere. Non è la narrazione di un racconto né la descrizione di una visione ma, piuttosto, la rappresentazione simbolica di un'idea, espressione dell'essenza della sua arte: materia, colore e luce capaci di trasfigurare e raggiungere in incandescenza quelle energie sottese alla natura e che, per Gaugain, sono all'origine del mistero della vita. Annotava: «Il colore, che è vibrazione come la musica, sta per raggiungere ciò che vi è di più generale e dunque di più vago nella natura: la sua forza interiore»

con questo Gauguin sembra dichiarare la sua adesione al buddhismo. I suoi personaggi sono quasi esclusivamente al femminile se escludiamo la figura dell'uomo che coglie il frutto della "conoscenza del bene e del male". Il corpo della donna è ridotto ad oggetto, ammiccante solo verso lo spettatore, incapace di stabilire nessi e relazioni, contatti di pura adiacenza. Anche "le due figure sinistre", sullo sfondo, se pur abbracciate (cioè soggette ad una dipendenza reciproca e incapaci di raggiungere la loro personale liberazione, il nirvana) ripetono specularmente lo stesso gesto annullandosi a vicenda: entrambe inadeguate all'ascolto, impedite dall'ignoranza di raggiungere un divenire a fiamma, cioè la totale comprensione di sé, la coscienza di colui che si definisce lo Svegliato, "Buddha", oppure "Sugata" che significa colui che è Padrone della via, che è veramente arrivato alla meta. E la meta per il buddhismo, che è solo esperienza interiore, è il disgusto, la distruzione, il

distacco da tutto il di qua e da tutto il di là: «in chi è liberato c'è la consapevolezza di esserlo; egli riconosce che la nascita è distrutta, che è stata vissuta in pieno la vita di purezza, che il compito è esaurito». «Per il volgere di molte nascite correvo cercando il costruttore della casa, né lo avevo trovato, la vita si rinnovava. O costruttore, ti ho scoperto! Or non più la casa farai, tutte le tue travi rotte: il comignolo infranto; senza aspirazioni il cuore, estinta ogni sete». (Dhammapada, vs. 153-154) Cfr. PAUL DAHLKE, Catechismo buddhista, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1971. Rimane il dramma, che si risolve quasi sempre nella resa di fronte all'ineluttabilità del tragico che avanza e che preme sull'insopprimibile senso di colpa che questi cercatori del nulla, tra esaltazione centrifuga di onnipotenza e agonia centripeta del disprezzo di loro stessi, non possono mettere a tacere.

Come scrive Benedetto XVI nel suo motu proprio, LA PORTA DELLA FEDE, indicendo il prossimo 11 ottobre L'anno della fede: «La stessa ragione dell'uomo, porta insita l'esigenza di ciò che vale e permane sempre. Tale esigenza costituisce un invito permanente, inscritto indelebilmente nel cuore umano, a mettersi in cammino per trovare Colui che non cercheremmo se non ci fosse già venuto incontro». Così ci arrivano confessioni struggenti, immortalate da fragili parole; per gli artisti è ancora la penna di Lowry ad aiutare la nostra riflessione per comprendere quanto sia insostituibile la testimonianza "con il cuore e con la bocca" di noi cristiani che possediamo "la via, la verità e la vita" (Gv. 14,6). La professione di fede che facciamo intimamente e pubblicamente nostra è quella scritta dal teologo Karl Rahner. Poi, quando te ne vai, come stella cadente o come questo sobbalzante carro di fuoco con un codazzo di fulmini, come un amore perduto (ed io sono un povero pioppo che pensa al suo Cristo legno che mai non dimentica di essere stato una croce e che da allora si agita, ci sia il vento o la calma) ma ancor più come Venere, col desiderio oscuro che ora mi acceca: da principio la tua luce ricorda una falce: poi tondeggiante un cerchio bianco infuocato, ti sveli nel tuo volgerti - non perché sei lontana - fino a che bruci, e sei l'astro più fulgido.
Prega allora da sola, nella tua ora più lucente perché, da uniti, si possa sempre riuscire a tener fermo il sole, tra noi stessi e l'amore (MALCOLM LOWRY, Venere). «Dio, mistero eterno, infinità senza nome, abisso beato che tutto nasconde e da nessuno è abbracciato, tu hai pronunciato la tua stessa Parola eterna nella tua creazione e nella nostra esistenza, affinché il tuo mistero eterno diventasse per noi l'ineffabile celeste vicinanza e il centro del mondo stesso! Noi guardiamo a questa tua Parola pronunciata nel mondo, noi guardiamo a colui che è il cuore del mondo, noi guardiamo al cuore del Figlio che abbiamo trafitto. Tutta l'incomprensibilità che siamo noi e la nostra esistenza, si nasconde in questo cuore, tutta l'angoscia dell'esistenza rimane afferrata da lui, tutta la sublimità e la santità fa ritorno a questa sua origine. Tutto trova la sua vera essenza e si riconosce come amore. Tutto entra nel mistero che è amore beato» (KARL RAHNER).

 

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