L'attesa

XIII Lezione di L. Bono

 

La pittura di Felice Casorati, o "Della solitudine", è il luogo mentale della memoria, un distillato di emozioni prosciugate all'interno di una dimensione atemporale. Nelle opere di questo artista il tempo è dilatato a dismisura fino alla dissoluzione, al punto di incandescenza tale da far precipitare la realtà della rappresentazione in uno spazio non ascrivibile a luogo, un fossile di ricordo che permane come il distillato di un'emozione, appunto.

L'attesa, di Felice Casorati, 1918-1919

L'attesa o Una donna come sembra essere il titolo originale assegnato dall'artista (1918-1919, tempera su tela, 137 x 127 cm.), è rappresentata da una figura femminile, senza età, giovane non più giovane, dai capelli biondi ma con le folte sopracciglia nere; l'abito scuro dall'indecifrabile decolleté; i lineamenti del viso, delle mani come di tutto il corpo sono di una plasticità ieratica che esprime il rango di una nobiltà foranea; la postura è raccolta, il corpo ripiegato, il capo reclinato in un'ambigua emanazione di sensualità, messa in risalto dal rossetto e dall'orecchino.
L'attesa vive costantemente su un crinale, una sorta di spazio-tempo inesistenti, creato da due versanti contigui ma incomunicabili: speranza e desolazione insieme, languore e pacata rassegnazione. L'attesa abita un luogo aperto, non circoscritto, dove la porta che segna il confine di un dentro e di un fuori è inesistente. Il pavimento su cui si sorregge è uniforme, una scacchiera che si estende all'infinito, una sorta di illusione prospettica rassicurante e, insieme, mortalmente monotona e ripetitiva.

L'attesa è donna, parte della sua intrinseca essenza, un irriducibile desiderio passivo capace di sprigionare energie carsiche, sconosciute. E' la tela che Penelope fila di giorno e disfà nella notte, per aprire un varco di possibilità nel suo destino come nel destino dell'uomo amato, Ulisse, la cui autodeterminazione dinamica cerca di infliggere, attraverso le sue avventure, una direzione alla freccia del tempo perché non soggiaccia, preda del fato, alla scellerata volubilità di divinità capricciose.
La donna occupa un primo piano di assoluto rilievo, la stessa collocazione sull'incrocio dei due segmenti tracciati sul punto di sezione aurea dei due lati del rettangolo ce la mostra come il soggetto dell'intera opera, l'unico, attorno al quale tutto si dispone con ordine, seguendo la mappatura di un copione, come all'interno di un sacro rituale. L'attesa sembra abitare un luogo che non gli appartiene; il pittore fa uso di tre rapporti di scala differenti: la proporzione della donna ci appare più piccola rispetto agli oggetti e questi, altrettanto, risultano ridotti rispetto all'ambiente.

L'effetto estraniante del "fuori scala" conferisce alle opere di Casorati quell'atmosfera carica di sospensione che diverrà elemento tipico e suggestivo della Metafisica, nel suo genere. Lo spazio fa galleggiare gli oggetti mentre questi incombono sulla persona, il tavolo sembra soverchiarla, le scodelle divengono icone sospese del vuoto e sembrano "citare" la serie più famosa dei dipinti Le uova e Scodelle, dello stesso periodo. I semi ovoidi vuoti delle scodelle hanno lo stesso significato delle uova bianche, in bella mostra sul tappeto piuttosto che sulla madia. Per l'artista la vita nel suo mistero e nella sua sacralità sembra essere stata ridotta a mero oggetto decorativo, fragile e precario, integro e chiuso, senza relazione, senza verità e senza contraddizioni. Così scriveva l'artista nel 1912: «Intendiamo ribadire che la bellezza è il volto della verità che solo per suo mezzo agli esseri che hanno comunione d'amore con la natura, alle anime religiose dei poeti, piamente si rivela ciò che nessun raziocinio di scienza e di filosofia chiarirà mai: l'ombra dell'ombra, la luce della luce, la vita e l'amore, la morte, la terrestre umana e la celeste anima del mondo, nel suo più puro mistero ...».

Ma, rimane pur vero che noi siamo abituati a considerare quelle espressioni della natura che il nostro cervello è abilitato a vedere e a comprendere e che, fondamentalmente, noi vediamo per acquisire la conoscenza del mondo che si rivela essere il "nostro" mondo, avido di bellezza, rivelazione del volto della verità di noi stessi. La verità delle "uova", la verità delle "scodelle" è la stessa verità della "donna" - sembra suggerire Casorati. Ciò che si impone sull'opera è il titolo, anzi il doppio titolo, assegnato dall'artista: la donna, sorella-moglie-madre, attende. E' lecito qui considerare anche la triste nota biografica dell'artista che ha segnato questo periodo: il lutto, il trauma subito per la morte avvenuta in circostanze tragiche, e poco chiare, del padre al punto da spingere la famiglia Casorati ad un precauzionale trasferimento da Verona a Vercelli e lo stazionamento, che diverrà definitivo per l'artista, a Torino. Alla base come al vertice sommo dell'attesa, vi è sempre una profonda lacerazione, il dubbio di una integrità infranta, l'insorgenza di un vuoto su uno stato di pienezza

raggiunto. La donna volge le spalle all'ingresso mentre il tavolo rivolto alla parete non permette una circolarità di sguardi. Ma, contro tutti questi elementi, contro lo stesso punto di visuale alto dell'osservatore che isola ulteriormente il soggetto dilatando l'effetto della solitudine inflitta alla donna, questa sprigiona una forza, la tenace catena dell'attesa, contro il tempo, contro l'evidenza concreta di una realtà alienata e alienante. La donna attende ed è titanica la sua impresa, attende e spera più del possibile realizzarsi degli eventi, le scodelle sono in sovrannumero rispetto alle sedie, il vino e il pane a cassetta sono disposti di fronte al posto assegnato al capofamiglia, mentre la brocca dell'acqua ha il manico rivolto dalla parte di chi serve, di chi occupa un posto inferiore nella gerarchia della cerchia domestica. L'attesa occupa evidentemente quel posto dimesso e secondario, è l'ancella della speranza che è madre della fede; è il luogo passivo della memoria sull'azione; è tensione rivolta al compimento dell'azione nell'audacia del desiderio che l'alimenta.

Come rifletteva Simone Weil nel suo Quaderno IV: «Non c'è atteggiamento di maggiore umiltà dell'attesa muta e paziente. È l'atteggiamento dello schiavo pronto a qualsiasi ordine del padrone, o all'assenza di ordini. L'attesa è la passività del pensiero in atto. L'attesa è trasmutatrice del tempo in eternità».
Prerogativa dell'attesa rimane la consumazione, o la sublimazione, del tempo lineare, sua diretta conseguenza: la dilatazione dello spazio. L'attesa si configura sempre più ad un luogo, ad uno spazio accogliente e concavo, ad un contenitore dalla linea geometrica pura, essenziale, epurata da ogni decorativismo, da ogni artifizio, capace di accogliere l'imprevedibile insorgere dell'evento. E' la scodella smaltata, immacolata, che nella nostra opera troneggia assieme alla donna in primo piano, in un rimando allegorico di simboli e significati. Rimane un gioiello d'intuizione la composizione poetica di Clemente Rebora che ci parla dell'attesa partendo dalla costatazione di un'immagine tesa, come indica il titolo.

Dall'immagine tesa/
vigilo l'istante/
con imminenza d'attesa/
e non aspetto nessuno;/
nell'ombra accesa/
spio il campanello/
che impercettibile spande/
un polline di suono/
e non aspetto nessuno:/
fra quattro mura/
stupefatte di spazio/
più che deserto/
non aspetto nessuno:/
ma deve venire,/
verrà, se resisto/
a sbocciare non visto,/
verrà d'improvviso,/
quando meno l'avverto,/
verrà quasi perdono/
di quanto fa morire,/
verrà a farmi certo/
del suo e mio tesoro,/
verrà come ristoro/
delle mie e sue pene,/
verrà forse già viene/
il suo bisbiglio.

Come attestava un famoso aforisma di F. de La Rouchefoucault: «L'attesa spegne le passioni mediocri e aumenta le grandi». L'attesa è il banco di prova su cui si esercita e si saggia l'uomo virtuoso. Sono numerose le parabole di Gesù che fanno riferimento a questa disposizione che non è tanto di resa e di abbandono ma, se riferita a Dio, è rivelatrice della Sua misericordia e della Sua sapienza (cfr. Lc. 15,11-32 e Mt. 13,24-30) e, se riferita all'uomo, è sinonimo di fedeltà, fiducia e perseveranza (cfr. Lc. 12,36-37 e Mt. 25,1-13).
Solo chi ama sa attendere. Solo la forza inconcussa dell'amore vero sa trasformare il vuoto di una presenza, il vuoto di parole, il vuoto di segni, il vuoto di immagini in una speranza che trova il suo pieno compimento attorno ad un banchetto conviviale, che diventa festa, preludio di una comunione universale e di una unione intima e sponsale.

E' il memoriale per eccellenza, è il convito eucaristico, è la liturgia divina che fa la Chiesa, la nutre e la redime insieme. Ma …, senza un desiderio di pienezza, senza la tensione dell'attesa, senza lo spazio concavo dell'accoglienza, in sostanza: senza l'abito nuziale (cfr. Mt. 22,2-14) della grazia: - Come vigilare l'istante? Come udire polline di suono? Come scorgere sboccio non visto? Come accogliere il perdono di quanto fa morire? Come appagarsi del suo e mio tesoro? Come ricevere ristoro delle mie e sue pene? Come risorgere dal suo bisbiglio?

 

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