La concezione

XII Lezione di L. Bono

Un simbolismo rigoroso, concettuale, quasi "algido", squadernato in un'opera ambiziosa, per il tema e i contenuti evocati, dove l'artista si dimostra disposto a sacrificare la bella forma, la classicità scultorea da sempre ricercata, a favore di una "novità" iconografica, capace di uscire dalle secche di un'arte religiosa dolciastra, ripiegata su un devozionismo ripetitivo, remissivo e fedele ma ormai esangue e senza anima. Con quest'opera Adolfo Wildt, traduce un assunto caro al fondatore della nostra Scuola: Contemplata aliis tradere, ciò che si è contemplato (nella preghiera, nella meditazione, nello studio) sia tradotto (nelle opere, nella vita).

La concezione, di Adolfo Wildt, 1921

Più semplicemente Mons. Giuseppe Polvara sintetizzava così il programma della Scuola: - "fare preghiera rappresentata", conferirle un'evidenza, darle vita ed impulso. Non per niente ammirava e stimava questo scultore raffinato e in più occasioni ebbe modo di riservargli spazi di riflessione e di propaganda sulla rivista Arte Cristiana, documentandone egregiamente l'impegno e il talento.
La Concezione. Il titolo sembrerebbe sottolineare un interesse legato alla devozione mariana che l'artista tra l'altro non ha mai nascosto, ma l'originalità della rappresentazione travalica i confini della tradizione iconografica per aprirsi ad una riflessione teologica sul tema.
Concezione è sinonimo di concepimento e il processo che esprime è strettamente legato alla natura della donna, al suo specifico essere feconda per la procreazione, dal primo istante del concepimento alla gravidanza nelle sue viscere, dalla gestazione al parto della creatura. Ma qui abbiamo tre soggetti, distinti e non subordinati per importanza, quasi senza relazione se non fosse per l'adiacenza e la suddivisione rigorosa dello spazio che assegna a ciascuno una parte del tutto.

Due visi sul riquadro del fondo, uno femminile, di fanciulla e uno maschile, virile, fusi su un lato a formare un vaso comunicante attraverso l'organo dell'udito. Un innesto sottolineato delicatamente, senza enfasi, da un velo che attenua il volumi delle due teste e, insieme accenna ad un fluire. In primo piano, posto di traverso, il corpicino a tutto tondo di un neonato. L'anatomia è tesa e la distribuzione dei pesi (così importante nelle arti plastiche!) è con evidenza sbilanciata dalla parte della testa, come dimostra lo scheletro geometrico rilevato dall'immagine bidimensionale dell'opera.

Del resto il precario "tronetto" su cui è appoggiato il bambino è solo simbolico, non è una culla e neppure la mangiatoia di Betlemme, è un cilindro svuotato e circoscritto da esili fiori. Ma il fanciullino è rivestito di una lamina dorata ad indicare la regalità della sua origine, attorno al suo capo i sette raggi a significare la pienezza dello Spirito e subito, dal suo inizio, cioè dal suo concepimento, l'artista sembra alludere, con la descrittività di questi dettagli, il contenuto, il Concetto, cioè la divina Concezione del Verbo: «Io sono uscita dalla bocca dell'Altissimo e ho ricoperto come nube la terra. Ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi» (Sir. 24,3-4).
Egli è la Sapienza incarnata che loda se stessa, «apre la bocca, si glorifica davanti alla potenza dell'Altissimo» (Sir. 24,1-2). Questo ulteriore rimando rende plausibile la presenza, sotto forma di assenza, di un quarto soggetto agente, cioè lo Spirito Santo, che inferisce la circolarità fatta di un dialogo silente tra le tre figure rappresentate.

Il Padre, l'Altissimo e Inconcepibile Dio, è raffigurato come il vegliardo ma anche come una sorta di guerriero coperto da un elmo, gli occhi chiusi, aperti su un oltre, l'espressione carica di concentrazione, la bocca aperta, arrotondata, nell'atto di emettere con forza la voce o il respiro, parola o alito di vita. L'inconcepibile Dio nel fluire della storia, storia degli uomini e della Sua rivelazione, fa udire la sua voce, oramai concepibile per opera di Spirito Santo:«Udii allora una voce potente che usciva dal trono: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro" »(Ap. 21,3).

Maria Santissima, l'umile fanciulla di Nazaret, non può che essere questa immacolata dimora che accoglie ed elabora nel suo corpo verginale il processo di Concezione dello stesso Inconcepibile Dio. Le mani raccolte a formare la nuova tenda dell'incontro esprimono metaforicamente l'atteggiamento di apertura di Maria e insieme di abbandono fiducioso. Gli occhi sono chiusi ma sporgenti, a differenza del Padre, levigati a tal punto che, in una condizione di luce particolare, improvvisamente sembrano spalancarsi nell'estasi su un abisso di luce e irradiare un riflesso di quella luce inaccessibile. Le orecchie invece sono inghiottite da quell'unico sentire, poiché unico è il padiglione auricolare: il cuore aperto a breccia, come suggeriscono le mani, con cui accogliere e da cui far scorrere la nuova Vita. Gesù sottolineerà la prerogativa della Madre: «Gli dissero: "Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!".

Ma egli rispose: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" »(Lc. 11,27-28).
Questa circolarità che parte dal Padre verso la Madre e dalla Madre fino al Figlio sembra procedere a ritroso data la posizione assegnata ai tre soggetti. Invertendo il movimento troviamo un approfondimento ulteriore e una ulteriore lettura.
Si tratta della lettura dei tre segni. - «In effetti per la Bibbia il segno è come la traccia della presenza di Dio nelle cose, nella natura come nei fatti. Ora, non vi è percezione della presenza di Dio senza il simultaneo insorgere di sentimenti di terrore e di gioia, né vi è segno di tale presenza, che non sia insieme richiamo e di desolazione e di consolazione. ... Costernazione ed esultanza sono indissolubilmente unite» (FELICE MONTAGNINI, La profezia dell'Emmanuele. Miscellanea Carlo Figini, pag. 13. Hildephonsiana. La Scuola Cattolica, 1964).
Come indica il biblista i segni sono indizi di salvezza e di punizione insieme. I nostri tre personaggi sono come attraversati da tre grandi segni che li illuminano di forza e insieme proiettano delle ombre oscure, come presagio di oppressione e di inesorabile angoscia. Anzitutto vi è il "grande segno", Dio sfida l'uomo a chiederlo: «Chiedi un segno dal Signore tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure lassù in alto".
Ma Acaz rispose: "Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore". Allora Isaia disse: "Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta di stancare la pazienza degli uomini, perché ora vogliate stancare anche quella del mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is. 7,11-14.

La potenza di Dio si posa come ombra sulla fanciulla nazarena che darà alla luce il Figlio di Dio (Lc. 1,35). Ma ecco che il segno, nel suo realizzarsi e nell'essere riconosciuto come presenza di Dio in atto, addita il profilarsi sulla scena di un ulteriore segno che ora viene consegnato alla Madre: "Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima» (Lc. 2,34-35). E il terzo segno non può che appartenere al Figlio ed essere riferito a Lui: Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti

nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. (...)La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone!» (Mt.12,39-41).
Dunque Gesù (Dio salva) è quella vera Sapienza di cui la saggezza mitica di Salomone (Re di pace) poteva solo prefigurare. Attraverso il segno di Giona, Gesù indica la sua sepoltura, la sua morte e la sua risurrezione, la sua capitolazione in vista della vita vera in Dio. Con l'annuncio del Regno nuovo Gesù ha invertito il corso della storia, ha instaurato il nuovo processo di relazione con Dio.

Non più la subordinazione della creatura nei confronti del suo creatore ma la corrispondenza ai suoi divini voleri: essere uno (Gv. 17,23) nel Figlio attraverso il suo Spirito, che ora viene comunicato alla Chiesa. Quella Chiesa che è insieme Sposa novella e Madre, di cui Maria è l'icona perfetta, di castità, di amore e di sacrificio. Nella nuova circolarità di relazioni instaurata con la Nuova Alleanza nel sangue dell'Agnello di Dio, la vita che ci proviene direttamente dal Padre passa dal Figlio risuscitato al cuore della Madre Chiesa che genera i nuovi figli alla vita divina. Da questo possiamo comprendere l'anomalia dello "sbilanciamento" conferito dall'artista al corpo del divino bambino che ora ci appare come il segno certo della Risurrezione, della vittoria sulla morte, sul Leviatan (Giobbe 3,8) e sul drago, il serpente antico (Ap. 12,9), che la barba irsuta e tormentata quasi vorrebbe suggerire, per la posizione simmetrica rispetto all'elegante architettura delle mani congiunte della Vergine. Maria Immagine e Figura della Chiesa era un concetto chiaro al nostro artista che già aveva rappresentato in una sua opera, datata 1917, dal titolo significativo Maria dà alla luce i pargoli cristiani, quasi ad immortalare un cantico di lode alla più eccelsa delle creature, che ha potuto tanto perché ha offerto Tutto.

 

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