Eco di un urlo

XI Lezione di L. Bono

"Eco di un urlo", (tecniche miste, 48 x 36, anno 1937) opera del pittore messicano David Alfaro Siqueiros, impegnato sul fronte sociale e politico, ha fatto della sua arte un organo di propaganda per la rivoluzione contro i regimi oppressivi, la liberazione del popolo dalle nuove forme di schiavitù imposte dal malgoverno. Ebbe modo di affermare la sua più radicale convinzione: «Senza la rivoluzione non ci sarebbe stata la pittura messicana», tradotta in un impegno che ne ha ribaltato il principio: "senza l'arte non ci sono vere rivoluzioni dal basso". Il suo Appello agli artisti d'America, del 1921, perché l'arte sia del popolo e per il popolo, capace con la suggestione e la potenza pervasiva delle immagini di trasformare la società, rimane il suo credo più alto, il più cogente, l'attacco e, insieme, la risposta a tutte le Istituzioni.

Eco di un urlo, di David Alfaro Siqueiros, 1937

Eco di un urlo, è la rappresentazione scomposta del degrado raggiunto dall'assuefazione di una cultura di morte che insidia costantemente l'umanità. L'effetto raccapricciante è prodotto dall'accostamento di rifiuti bellici, discariche di lamiere arrugginite, rottami industriali, materie e materiali che hanno subito il degrado del tempo e dell'intervento umano, riproposti alla nostra visione come elementi di un paesaggio snaturato, rispetto al quale il suolo lunare o il caos primordiale parrebbero meno indegni e squallidi per accogliere una forma di vita. A renderlo inaccettabile è proprio l'accostamento dei rifiuti inerti con il rifiuto di ciò che è solo inerme: la vita. Vita sconvolta, segnata sul nascere dall'abbandono, resa un oggetto tra gli scarti da alienare. Per lo spasimo l'anatomia ha subito le stesse contrazioni delle lamiere, ritorte. La pelle, come all'interno di un processo di mimesi, ha assunto le stesse caratteristiche del ferro arrugginito: abrasa, avida di acqua, di aria, di luce ...
Rimane il panno rosso come il sangue e l'urlo smisurato per l'inflizione di un rifiuto, abbandono inaudito. Ma non basta. L'urlo è ingigantito dalla sua stessa eco, come un cono d'onda che amplifica la sua portata fino a risucchiare la fonte di emissione. Un fungo atomico che implode sulla sua stessa deflagrazione distruttiva.

Poiché anche l'urlo disperato se rimane inascoltato genera l'onda lunga del male, che ritorna, ritorna sempre, come una risacca a depositare le sue scorie contaminate: l'angoscia, lo squallore, la sofferenza, la morte ...
Questa opera di Siqueiros, implicitamente, cita il dipinto più famoso di Edvard Munch: L'urlo (pittura ad olio e pastelli, dipinto in più versioni) del 1893, circa. L'artista norvegese ritornerà più volte sullo stesso tema, rifacendosi al suo vissuto, ma l'urlo panico a cui egli allude è quello cosmico, della natura.

Scriveva: «Sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura». Analogie ma anche spaccati differenti rispetto alla visione del messicano Siqueiros. Anzitutto Munch concepisce la creazione artistica come azione cosmogonica, lotta della creatura-creatore per il dominio e governo delle forze della natura che soggiacciono al male e a tensioni involutive. L'artista-stregone ordina e nell'azione di riplasmare gli elementi, conferisce loro misura, forma, identità originarie che acquistano evidenza, veicolano concetti e contenuti. Ma ora qui abbiamo l'urlo, transumano, cosmico che l'uomo larvale può solo subire: divenire ricettore e trasmettitore di quell'onda d'urto che coinvolge i 4 elementi della natura. Non basta il parapetto del ponte, come non bastano le due mani che comprimono la testa fino a deformarla, per contenere l'"infinità" dell'urlo. Solo il rigore, tipicamente occidentale, dello scheletro strutturale, segna una netta distanza tra le due opere prese in esame che, diversamente, avrebbero lo stesso pathos espressivo ed emotivo.
Il dipinto di Munch adotta una sintesi formale che appare ancora nettamente marcata dai canoni proporzionali, dal senso della misura e dell'equilibrio geometrico.

La composizione è concepita in una sorta di rettangolo armonico o rettangolo radice quadrata di 2; la divisione su una diagonale del quadrato ci dà la ripartizione tra la terra e l'acqua, la parte superiore è la commistione tra l'aria e il fuoco. La compresenza dei 4 elementi chiarisce la volontà di esprimere uno stadio dell'essere capace di entrare in sintonia con il creato, trasformarsi cioè in un individuo universale; concetto caro allo scrittore danese S. Kierkegaard: «Nel momento della disperazione viene a galla l'uomo universale, e ora è dietro alla concretezza e prorompe attraverso di essa... Diventa persona paradigmatica non per il fatto che si sbarazza della sua casualità, ma per il fatto che rimane in essa e la nobilita. Ma la nobilita con lo sceglierla» (S. Kierkegaard, Aut- aut, Arnoldo Mondadori Editore, pag. 142).

In Munch il punto di vista, l'occhio dell'osservatore, appare alto e molto ravvicinato, a differenza del quadro di Siqueiros dove l'imponente discarica di ferri rottamati si confonde con l'orizzonte, mentre incombe l'urlo, ingigantito dal ribaltamento prospettico. Dall'urlo cosmico di Munch, urlo della creazione, della natura si è passati all'urlo umano, dell'uomo bambino di Siqueiros.
Il rosso che insanguinava il cielo ("il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue mi fermai ... sul fiordo nerazzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco") si è raggrumato sul corpo, l'urlo si è contratto, si è ravvicinato, è divenuto più prossimo, intimo. Cessata nella natura, l'agonia si è insidiata nella creatura e da essa il passaggio successivo può essere solo una forma di vita più fragile, la più indifesa: il feto umano.

Dall'"Urlo", all'"Eco di un urlo" ora siamo nel tempo dell'"Urlo di un'eco-grafia". Il grido di chi non ha voce e di chi non ha il diritto di avere un volto. Le campagne propagandistiche per legalizzare l'aborto o per depenalizzarlo sono un oltraggio e un attentato all'umanità intera. «La sollecitudine per il bambino, ancora prima della sua nascita, dal primo momento della concezione ... è la prima e fondamentale verifica della relazione dell'uomo all'uomo. (...) Poiché il bambino è quel punto nevralgico intorno al quale si forma o si spezza la morale delle famiglie e, in seguito, la morale delle nazioni intere e della società» (Giovanni Paolo II, Non temiamo la verità, Edizioni Piemme, pag. 140-141). La civiltà dell'amore si costruisce solo sui passi concreti della solidarietà con coloro i cui diritti sono violati. «Bisogna voir-juger-agir»- concludeva il Pontefice di Roma. Bisogna vedere-giudicare-agire. Aspicere-audere-facere.

 

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