La condizione umana

X Lezione di L. Bono

Con l'opera di Magritte, "La condizione umana" (1933, olio su tela 100 x 81), si ha che la rappresentazione del dipinto è la stessa rappresentazione della realtà rappresentata e questa -ci viene indicata dall'artista- come "la condizione umana". Se Magritte del resto (come ebbe modo di scrivere: «E' così che vediamo il mondo, lo vediamo come al di fuori di noi anche se è solo d'una rappresentazione mentale di esso che facciamo esperienza dentro di noi») rivela l'inganno della visione, d'altra parte apre un nuovo squarcio di riflessione sul nostro modo di rapportarci col reale, stabilendo con esso delle connessioni che inferiscono la stessa condizione umana dell'esistenza. Il circuito così aperto fluisce obbligatoriamente in due direzioni: non solo l'osservatore admira l'opera d'arte ma la stessa opera, come in uno specchio ('mirror', in inglese e 'miroir', in francese) riflette l'osservatore. E qui, opportunamente il verbo riflettere va inteso nella sua duplice accezione: riflettere l'immagine (ambito della rappresentazione) e riflettere un pensiero, cioè restituire una riflessione cosciente. Questa conoscenza riflessa diventa appunto l'autocoscienza della visione. Scriveva Magritte: «I miei occhi hanno visto il pensiero per la prima volta».

La condizione umana, di René-François-Ghislain Magritte, 1933

Come la prospettiva rinascimentale aveva bucato lo spazio bidimensionale conferendo una illusoria, se pur scientificamente fondata, profondità, così Magritte, tolto il velo delle finzioni convenzionali, propone una ulteriore verità delle cose: ciò che noi vediamo è la rappresentazione della realtà che ci rappresenta.
Dunque noi, per l'artista, siamo il risultato di ciò che ci rappresentiamo. La tela sul cavalletto riproduce una porzione dell'immagine in cui essa è inserita e questa stessa immagine-realtà è la stessa che l'opera rappresenta essendo essa stessa nel suo insieme una tela appesa a un muro o appoggiata ad un cavalletto. L'osservatore è spinto a compiere su di sé la stessa proiezione, come in una scatola di specchi egli osserva-comprende una porzione di realtà identica a quella in cui si trova compreso.
Il risultato di questa operazione, di meta-visione e meta-coscienza, non è la conoscenza ma semmai il suo annichilimento. Escludendo un interposto osservatore-referente esterno e supponendo essere la visione stessa soggetto e oggetto della rappresentazione della realtà rappresentata, lo spettatore diventa parte della finzione, egli stesso è illusione, mirror, espediente effimero dell'esistenza.
Come la stessa perspectiva costruiva la rappresentazione dello spazio considerando un solo punto di vista, fisso e monoculare dell'osservatore, così la rappresentazione

magrittiana svelando il meccanismo fittizio della nostra visione crea un ulteriore paradosso: la condizione umana è il pragmatismo cosciente dell'illusorietà di ogni parametro di riferimento, visivo e linguistico, che si possa dire e dare come tale. L'uomo è condizionato dal suo stesso sistema di fruizione del reale che è falso e, di conseguenza, ogni tentativo deterministico di definizione è pura vanità, mera illusione. Nel tentativo di destrutturare delle pseudo-verità («Unico desiderio: quello di "sentire il silenzio del mondo"», come egli stesso annotò), Magritte scalza ogni possibilità di raggiungere quella più prossima. Gli uomini sono esseri in relazione, ogni messaggio visivo e verbale suppone una emittente e un ricevente, una sorgente e un bacino di utenza; se il contenuto-obiettivo su cui si basa la relazione è lo stesso canale o codice su cui si struttura la comunicazione, si ha il cortocircuito della relazione: la latitanza della sorgente e l'isolamento indotto del soggetto ricevente.

All'interno del mondo dell'arte, dalle avanguardie storiche, con l'arte astratta o concreta, con l'informale e l'arte povera e tutte le propaggini basate sul principio dell'arte per l'arte, questo è un dato acquisito. L'artista da ora in poi si occuperà del linguaggio, dei singoli sintagmi strutturali e formali, il suo impegno non sarà veicolare contenuti o la intrinseca poetica volta a scoprire il reale o lo spirituale che si voglia, ma di inventare tecniche espressive che hanno il solo scopo dell'evidenza che non rimanda ad altro che non sia il mezzo, l'evento in cui si dispiega. In questo senso, il circuito relazionale tra la fonte emittente e il ricevente è disinnescato, solo bypassato dalla critica d'arte e dagli addetti ai lavori.

Così la funzione dell'arte quando non è mero esercizio speculativo diventa fazioso tecnicismo che ribadisce la pretestuosa vacuità dell'essere senza sorgiva e senza sbocco, annichilito dall'essere funzionale alla sua stessa negazione.
Non così per l'arte religiosa e in special modo quella cristiana dove all'artista viene richiesta (dovrebbe essere richiesta!) la comunicazione delle verità di fede proprie della religione e del credo che intende professare attraverso le sue opere. Diversamente valga per tutti il criterio sensato, che andrebbe ribadito con forza anche nei luoghi istituzionalizzati, deputati alla selezione e alla propaganda, alla divulgazione e al discernimento dei nuovi linguaggi artistici: "CHI NON HA NIENTE DA DIRE, TACCIA!". Invece assistiamo all'incremento di opere che di religioso hanno solo il titolo, mentre risulta evidente l'intervento di rimescolamento degli stereotipi presi a prestito dalla tradizione, riproposti in una nuova veste fatta di manipolazioni cerebrali.
E' questo "Il falso specchio", sempre di Magritte (1929, olio su tela 54 x 81). Anche qui va in scena quanto è già stato considerato: l'artista rappresenta la realtà della rappresentazione, che è fuori come dentro il soggetto fruitore.
L'occhio di chi osserva si apre su quel "falso occhio" riguardante, la cui pupilla è un sole eclissato entro un improbabile cielo, squarciato come da un proiettile lascia intravvedere il vuoto. Ma..., avverte Magritte: - Lo specchio è falso!. Con questa operazione l'artista raggiunge la verità ricercata: è l'eclisse dell'arte. All'arte (dopo aver tolto di mezzo l'interlocutore, dopo aver rinunciato al suo ruolo di mediazione tra quello che può essere considerato lo scibile umano e ciò che continuamente lo trascende) non rimane che la prospettiva di una nuova genesi, il coraggio di ripartire da quell'imperativo che può essere solo divino, gettato sulle tenebre e sul caos: «"Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide: la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre» (Cfr. Gen. 1,3-4).
Il Salmo 35 invita a lodare Dio con queste parole: "E' in te la sorgente della vita alla tua luce vediamo la luce". L'uomo religioso in fondo riconosce di essere sottoposto ad uno sguardo che ordina e crea ma solo il Dio dei cristiani, "il figlio dell'uomo" e "figlio di Dio" Gesù Cristo, ha assunto un volto. Egli è Parola di Dio, il Verbo vivente, ma anche Luce che permette di vedere ed essere visti in quell'unica luce.
Solo lo sguardo di Dio può restaurare l'ordine delle cose e ricreare il circolo delle relazioni infrante.

 

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