L'icona su cui vogliamo porre l'attenzione fa riferimento a due citazioni, la prima, la deduciamo dal titolo stesso dell'opera:
"La luce del mondo": - «La luce splende nelle tenebre ma gli uomini non l'hanno accolta» , è uno dei primi versetti che troviamo nel
prologo del Vangelo di Giovanni. La seconda citazione è presa dall'Apocalisse: «Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la
mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» . Ma vorrei aggiungere un ulteriore riferimento che dialoga
in qualche modo con i primi due: - «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». » E' l'incontro per i due discepoli
diretti ad Emmaus con il misterioso pellegrino che essi vogliono trattenere, e qui siamo ad un brano di chiusura del Vangelo di Luca.
Questi tre richiami esprimono la dinamica dell'incontro. L'incontro, quando non è casuale, è il risultato del volgersi di due soggetti,
verso un'unica direzione, in un tempo e in un luogo stabilito. Il realizzarsi di un incontro non dipende unicamente da una sola volontà
poiché ciò che si ricerca è la relazione, l'incontro avviene solo nella reciprocità, è l'intesa tra due libertà. La prima citazione,
"La luce splende nelle tenebre ma gli uomini non l'hanno accolta", la possiamo considerare come la voce esterna del narratore che commenta
impassibilmente questa scena. Di fatto abbiamo che, qualcosa o qualcuno, si manifesta, si comunica ma...: vi si oppone un rifiuto.
La seconda citazione,
"Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed
egli con me", possiamo ritenerla come la stessa voce del soggetto/attore: il personaggio si annuncia, si autoinvita, il suo proporsi non è
rivolto a tutti ma al singolo, di porta in porta, ricerca il dialogo capillare, desidera una cena tra intimi. La terza citazione,
"Resta con noi
perché si fa sera e il giorno già volge al declino", è una voce esterna al quadro, potrebbe essere la nostra voce, la risposta a questo personaggio
che ci coinvolge con il suo sguardo, interpella anche noi, se pur in un'altra dimensione. L'invito a restare esprime la cortese insistenza
per intrattenere qualcuno, per prolungare la condivisione, per vivere la fraternità che si realizza dividendo il proprio pasto.
Consideriamo la nostra immagine. Chi sia il personaggio e cosa voglia rappresentare è abbastanza evidente, ma il come l'artista voglia proporlo
alla nostra attenzione ci dà la possibilità di riflettere in questo tempo, proprio su questo tempo. Tutta la storia della salvezza ci ha
insegnato e ci ha dimostrato che Dio si prende cura del suo popolo, è il come decida di farlo che ci sconvolge. Le vie del Signore non sono
quelle ordinarie dettate dal buon senso, dal calcolo delle probabilità, Sappiamo come Egli, in fine, non abbia risparmiato il suo Figlio
unigenito per conformarci a lui. L'invito che ci raggiunge é quello di sempre:
Conversi ad Dominum!.
Cioè: VOLGETEVI ORA VERSO IL
SIGNORE! Era l'esortazione del sacerdote, nella Chiesa dei primi secoli, veniva rivolta all'assemblea dopo l'omelia perchè, terminata la
Liturgia della Parola, si voltassero verso oriente, nella direzione da cui sorge il sole, in quanto segno di Cristo che ritorna. Questo
volgersi della persona assumeva un significato simbolico, un appello interiore rivolto alla coscienza, rappresentava la conversio, il dirigere
l'anima verso Gesù Cristo, il Dio vivente, la luce vera (Cfr. BENEDETTO XVI, Omelia nella Veglia pasquale, 22.03.2008). In questa nostra icona è inverosimile pensare che un re, così come ci appare nel
suo manto regale, con la triplice corona sul capo, venga rappresentato in una maniera sconveniente. E' un re fuori contesto: in un luogo
non adeguato: siamo in aperta campagna; in un tempo inopportuno: è l'ora del tramonto o il primo albeggiare del giorno; compie un'azione
in un atteggiamento non pertinente al suo rango: sta bussando alla porta. Il fulcro della composizione è la lampada preziosa che arde
di una luce fioca, illuminando un luogo apparentemente desolato.
Forse essa è anche l'oggetto della visita del re, il suo dono.
- Un re si è scomodato per così poco, anzi per niente? La corona indica la sua triplice sovranità: regale, profetica e sacerdotale. E' una
corona d'oro, insegna del potere e della sovranità, sulla quale si intreccia la corona di spine, segno di umiliazione, di sacrificio; insieme
anche dei rametti di olivo ad indicare l'unzione sacerdotale, Lui è l'eletto, il mediatore tra l'umanità e Dio

.
Il viso è pensieroso, trapela una tristezza contenuta, priva di sdegno.
- Da quanto tempo il re è fisso a quella porta a bussare discretamente? Ignora, forse, l'evidenza che quella porta è serrata da tempo:

rovi, sterpaglia secca, erbe rampicanti si sono assiepate nell'alternarsi
ciclico di più stagioni.
Eppure il suo stare, la determinazione di quel viso ci convincono della sua stessa convinzione: - Forse vale la pena aspettare. Certamente
colui che abita la casa desisterà di fronte all'insistenza importuna di quella visita,non desiderata, non annunciata. L'inquilino avrà le
sue ragioni per recriminare, il suo tergiversare dopo tutto è giustificabile: - Con tutti i vu cumprà sfaccendati che si presentano ogni
giorno, chi va a pensare ad un re? - Quando mai un re si presenta da solo? Un re si annuncia attraverso ambascerie, ha sempre la scorta e
suona davanti a sé le trombe; disdegna i luoghi disadorni, di periferia. Questo è sicuramente un re uscito dal suo contesto, la figura è
spiazzante, sovverte i luoghi comuni, arriva inaspettato come un ladro . Bussa alla porta, ma quello forse non è neppure l'ingresso principale,
è il retro della casa, da dove una volta entravano i servitori, gli schiavi. E' un re che esce dagli schemi e lo ha fatto per venire a
cercare noi, lo ha fatto per me! Il Signore ha tempo per me; il Signore sa che la mia vita dipende dalla luce che solo lui mi può dare. I
l Signore è sempre appostato alla mia porta e aspetta, non forzerà le mie intenzioni, non farà saltare chiavistelli, non sfonderà la porta
del mio cuore, continuerà a bussare discretamente ma insistentemente. Egli sa che la gioia dell'incontro, della festa è la vera ragione
della mia vita. Devo tuttavia lasciare che sia lui ad illuminare la mia esistenza con la sua Parola:
"Se qualcuno ascolta la mia voce e mi
apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me". Noi siamo esseri in relazione, scopriamo chi siamo quando ci poniamo in ascolto
degli altri ma, soprattutto scopriamo che siamo (figli di Dio) quando ci mettiamo in relazione con Lui, quando viviamo in stretta comunione
con Dio e i fratelli. Questa immagine ci dice una profonda verità: non siamo noi a cercare Dio, è Lui che è costantemente presso di noi
e non desiste di fronte alla nostra indifferenza, alle nostre fughe, ai nostri tradimenti. Tuttavia, da notare in basso a destra,

l'artista, proprio in testa alla sua firma, non rinuncia ad esprimere in una metafora tutto il pessimismo nei confronti di un mondo
incapace di aprirsi al dono della Vita.
>Il melograno maturo, simbolo di fecondità. per il suo spaccarsi (emblema della carità simbolo
del Cuore del Crocifisso) (Cfr. PELAGIO VISENTIN, La Chiave, Ed. LINT Trieste 1982, p. 186), lascia cadere i grani verso terra, destinati purtroppo ad avvizzire nel tronco cavo di un albero, morto,
seccato alla radice [non può non rammentarci il fico sterile della parabola]. Partendo da questa simbolo, dal punto più basso dove
ci troviamo, vogliamo risalire la china, per riscoprire la bellezza della nostra fede, il dono della vocazione cristiana che, se vissuta,
è il faro nella notte, la lucerna accesa. E' la parola stessa di Gesù che ci nomina ed invia:
"Voi siete la luce del mondo . Risplenda la
vostra luce davanti agli uomini!", «Egli giunge a chiamare i suoi discepoli con lo stesso proprio nome» (era stato anche il messaggio
esortativo del nostro Arcivescovo alla diocesi, nel 2005). Con questa luce, Gesù Cristo in noi, si realizzano tutte le profezie che
sentiamo annunciate in questo tempo di Avvento: -
«Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche
nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (Is. 43,19).